Psicoterapia Relazionale

I disturbi alimentari nella prima infanzia

alimentazione 3Da sempre i genitori si preoccupano perché i propri figli non si nutrono adeguatamente. L’alimentazione, in quanto osservabile e misurabile, è da tempi immemorabili considerata uno dei terreni più fertili per misurare il sano sviluppo del bambino, soprattutto nei primi anni di vita.

Ma quando insorge un vero e proprio disturbo dell’alimentazione? Come ce ne accorgiamo? Intanto è corretto parlare di un continuum che va dalla normalità alla patologia. Lungo questo continuum, possiamo incontrare una serie di disagi,  di diversa intensità, più o meno trattabili attraverso un lavoro psicoterapeutico mirato.

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alimentazione 4È giusto sapere che esistono dei momenti critici in cui l’insorgere di piccoli rifiuti di cibo da parte del bambino, è frutto della tappa di sviluppo che sta vivendo. Uno di questi delicati momenti è quello dello svezzamento, in cui si passa da cibi liquidi (il latte) a cibi più consistenti (le pappe). In questo periodo, è utile che l’adulto che nutre il bambino,  comunichi al piccolo la propria tranquillità e sicurezza, poiché l’introduzione di un cibo nuovo e diverso può essere per lui fonte di ansia.

 

Tra le condizioni più frequenti, vi è quella del bambino che mangia solo alcuni cibi, a discapito della varietà alimentare: in alcuni casi, caratteristiche come il colore o la forma, possono influenzare la scelta; in queste situazioni, è necessario operare per riattivare la curiosità verso nuovi sapori.

Mentre alcuni bambini respingono il cibo mettendo in atto condotte di RIFIUTO durante il momento della nutrizione, altri ricorrono al VOMITO.
Nei casi più gravi, si può arrivare ad un vero e proprio DISTURBO DELLA NUTRIZIONE DELLA PRIMA INFANZIA, ossia l’incapacità di mangiare adeguatamente, come manifestato dalla significativa incapacità di aumentare di peso o da una significativa perdita di peso durante un periodo di almeno un mese (DSM IV tr). In questi casi, dopo aver escluso particolari condizioni mediche associate, è auspicabile ricorrere prontamente ad una terapia.

alimentazione 5Molto spesso l’esordio del sintomo può essere correlata ad eventi specifici occorsi nella vita del bambino: una malattia, un trasloco o l’affidamento ad una nuova figura di accudimento, come succede durante l’inserimento al nido. In questo caso, è importante la cooperazione tra i genitori e la nuova figura, con lo scopo di condividere abitudini e routine, per rendere il passaggio meno brusco; è importante inoltre pianificare insieme l’introduzione di nuovi cibi e l’inizio dello svezzamento, per far sì che il bambino ritrovi le stesse modalità di somministrazione del cibo sia a casa che a scuola: la presenza di questa forma di coerenza in tutti i contesti di vita del bambino, dona sicurezza, fiducia e stabilità al piccolo.

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alimentazione 2È comprensibile che un genitore, in condizioni di alimentazione inadeguata del proprio figlio, possa sentirsi inadeguato egli stesso, arrivando ad esperire vissuti di ansia e di impotenza, difficili da gestire.
Il bambino, d’altra parte, può leggere la preoccupazione del genitore in molteplici modi.
È fondamentale dare il giusto peso al valore relazionale del sintomo: è probabile che il bambino, attraverso il suo rifiuto, voglia comunicarci qualcosa di specifico e che usi i mezzi e i canali comunicativi che egli conosce meglio, soprattutto quando il linguaggio ancora non è pienamente sviluppato. In questi casi, uno lavoro psicoterapeutico mirato sulla sua relazione tra figlio e genitori, ci consente di decodificare il  messaggio veicolato dal  sintomo, investirlo di un significato  e contestualizzarlo, restituendo al bambino e alla famiglia nuove possibilità comunicative.

Il momento del pasto ha un valore significativo perché nutriamo nostro figlio, oltre che con gli alimenti, con le nostre emozioni e la nostra affettività. Quello che passa attraverso questo canale, lo nutre ad un livello profondo e, se utilizzato in modo appropriato, potrà proteggerlo da eventuali disagi e blocchi.

In alcune tipologie di famiglie, i disturbi alimentari sono particolarmente frequenti.
Tra queste ricordiamo:
- le famiglie in cui si ha una forma estrema di prossimità e di intensità delle interazioni familiari;
- Le famiglie iperprotettive, in cui vi è un alto grado di interesse che ciascuno dei membri nutre per il benessere dell’altro. I membri della famiglia sono ipersensibili a qualunque segno di malessere e, questa eccessiva premura, può favorire, non volendo,  alti livelli di tensione o di conflitto;
- Le famiglie profondamente impegnate nel mantenimento dello status quo, per le quali è importante evitare cambiamenti che sono considerati dannosi al benessere del nucleo familiare;
- Le famiglie in cui si tende ad evitare il conflitto, poiché la soglia di sopportazione del medesimo è molto bassa;  in questi casi, per diversi motivi, spesso i problemi vengono lasciati irrisolti, per ripresentarsi successivamente;

In tutte queste situazioni, una terapia familiare consentirebbe a tutti i membri del nucleo, anche e soprattutto ai più piccoli, di comunicare con gli altri ad un livello più intimo e profondo, favorendo uno scambio più chiaro e una maggiore  e reciproca possibilità di conoscersi e comprendersi.

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Dott.ssa Isabella Biondi

www.psicologi-roma.com 

Autore: dott.ssa isabella biondi Categoria: Disturbi alimentari nella prima infanzia Letto 458x volte sabato, 13.12.08 16:21:27 Permalink Punti "Karma": 11. Ti piace questo articolo? [SI/NO]

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