Psicoterapia Relazionale

Questo sito si ripropone di informare - da un punto di vista psicologico e scientifico - sulla psicoterapia sistemico relazionale e su alcune delle

principali problematiche di rilevanza clinica per le quali questo approccio

può rivelarsi la psicoterapia d'elezione.

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Al momento nel sito sono presenti i seguenti articoli:

 

Psicoterapia Sistemico Relazionale

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COPPIA

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Psicoterapia di coppia

 

Coppia - La scelta del partner

 

Problemi di comunicazione nella coppia

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Armonia di coppia: tra litigio e conflittualità

Il cambiamento nella coppia

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Coppia, matrimonio e  genitorialità

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Il tradimento e la crisi di coppia

 

La depressione nella coppia

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Sessualità e crisi di coppia

 

Separazione e figli

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INFANZIA E ADOLESCENZA

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Psicoterapia familiare

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Terapia familiare: i genitori come risorsa terapeutica

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Dipendenza da internet e terapia familiare

 

I disturbi alimentari nella prima infanzia

 

ENURESI: il disturbo dall'infanzia all'adolescenza

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Separazione e affidamento condiviso (Legge 54/2006)

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FOBIA SCOLASTICA: tra ansia da separazione e ansia sociale

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Il bambino iperattivo: il disturbo da deficit dell'attenzione(ADHD)

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Il bullismo: problema sociale e relazionale

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Depressione e adolescenza

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L'adolescenza e i suoi problemi

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Infanzia e sviluppo

 

 

 

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ETà ADULTA

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Ansia e solitudine

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Stress e relazioni sociali

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Disturbo post traumatico da stress (PTDS) e reazioni al trauma

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Dipendenza affettiva o love addiction

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Disturbo Bipolare: tra depressione e euforia

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Gioco d'azzardo patologico

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Disturbi del sonno

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DISTURBI ALIMENTARI

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Bulimia nervosa

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Anoressia mentale o anoressia nervosa

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Binge eating Disorder o Disturbo da Alimentazione Incontrollata

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Obesità e sovrappeso

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lunedì, 14.06.10

Equilibrio di coppia


L’equilibrio di una coppia è un concetto molto complesso che tiene conto di molti fattori, contestuali, personali, relazionali, temporali e può essere meglio compreso in funzione della variabile “noi” (ovvero le energie messe in campo complessivamente dalla coppia nell’arco del tempo) più che della variabile “io” (ovvero le energie messe in campo dal singolo individuo).

Nel corso del tempo la serenità di una coppia può essere minata da eventi di varia natura e, quando prevalgono quelli dolorosi,  può capitare che, se da una parte essi  contribuiscano a rafforzare il legame per il fatto di averli affrontati insieme; dall'altra rappresentano delle prove faticose che possono sovraccaricare la relazione e facilitare la presenza di momenti di tensione e criticità, a discapito di momenti più distensivi e situazioni più leggere.

A volte può succedere che i  due partners, per motivi caratteriali, familiari o per non pesare ulteriormente sull’altro, elaborino questi accadimenti in modo molto diverso tra loro due, contribuendo involontariamente a creare delle distanze reciproche, per quanto non venga fatto intenzionalmente.

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Stabilità e rigidità di coppia

terapia coppiaL'equilibrio, per definizione, prevede una continua oscillazione, una naturale fluttuazione necessaria ad un riassestamento del proprio corpo nello spazio, allo stesso modo, nelle relazioni di coppia, la ricerca dell’equilibrio prevede una costante riorganizzazione in funzione degli ostacoli incontrati, sia interni che esterni al rapporto.

La stabilità del legame consiste proprio in questo continuo riadattamento, questa flessibilità di ruoli che permette alla coppia di funzionare, nonostante le difficoltà, in modo efficace affinché le forze e i contributi dei partners si compensino intercambiandosi, in funzione di un bilancio complessivo, e non solo individuale, delle energie messe in campo. 

La stabilità di coppia è in realtà un concetto dinamico perché prevede un’alternanza di ruoli che, oltre ad essere intercambiabili, perseguono la reciprocità e quindi un costante scambio con la persona con cui voglio stabilire reciprocità, un attento ma spontaneo monitoraggio della relazione che indica come adattare il proprio ruolo ai cambiamenti e alle incombenze senza snaturare la persona, ma solamente adattando la funzione della persona.

A volte invece si confonde la stabilità di una coppia con la rigidità dei ruoli che, di contro, implica immobilismo e povertà di stimoli, conducendo verso la staticità più che verso la  stabilità e soprattutto verso una distanza sempre più difficile da colmare. Ad esempio in questi casi la coppia potrebbe  pensare  che sia sempre uno dei due ad essere quello “forte”, o “affidabile”, o “bisognoso”, o “imprevedibile”…… Restare imprigionati in queste “etichette” può risultare poco salutare non solo per la coppia, ma soprattutto per la persona .

Se da una parte infatti questa specie di “armatura” rigida e stretta potrebbe assolvere ad una funzione difensiva e protettiva di alcune parti di noi, dall’altra potrebbe risultare soffocante, inibente e limitante, impedendo ad ognuno di portare alla luce alcuni aspetti, bisogni ed esigenze propri e di esprimersi nella propria completezza e complessità.

Si potrebbe dire quindi che:

  • la flessibilità dei ruoli  può portare alla stabilità di coppia e  al dinamismo in quanto permette l’intercambiabilità e lo scambio conoscitivo ed evolutivo,
  • la rigidità dei ruoli può portare alla rigidità di coppia e all’immobilismo  perché è povera di confronti, di stimoli e limita notevolmente la libertà di espressione.

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Andarsi incontro nella coppia

terapia coppia equilibrioAll'interno di una relazione di coppia può capitare che, gli eventi personali o interpersonali di ognuno, possano minare maggiormente l’equilibrio dell'uno più che dell'altro partner, generando in colui che è più colpito una sorta di disorientamento e una chiara fatica a  camminare verso l'altro, rischiando di fare meno strada nell' andargli incontro o nel perseguire il progetto comune.

I motivi possono essere molteplici: stanchezza,  stress, dubbi, incertezze, disagio nella relazione, un resoconto sulla propria esistenza, il peso di eventi dolorosi, un senso di fallimento percepito esteso a particolari aree della propria vita, il passaggio ad una nuova fase della relazione (per esempio dal fidanzamento alla convivenza, dalla convivenza al matrimonio, dall’essere coniugi all’essere genitori….).

Quando accade questo, il partner in quel momento più forte può optare per due soluzioni: 1) o continuare a camminare verso l'altro, magari con passi più lunghi e più veloci in quanto si è reso conto che l’altro è in difficoltà; 2) o fermarsi perché stanco di andare verso l’altro che arranca e perché potrebbe non reputare giusto fare il doppio della strada e il doppio della fatica  per coprire le distanze createsi.

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crisi coppia                                                                       
Può capitare spesso nella vita di coppia che, in alcuni  momenti, uno dei due sia più fragile e possa aver bisogno di più collaborazione e più sostegno del solito, purché sia per un periodo limitato nel tempo.

 

Spesso si tratta di momenti circoscritti, terminati i quali i ruoli si riequilibrano e si riallineano.  Se invece questa situazione si cronicizza e persiste a lungo , allora la relazione potrebbe diventare molto sbilanciata e poco gratificante per entrambi: chi chiede sempre aiuto potrebbe cominciare a sperimentare un forte senso di inadeguatezza e incapacità; chi fornisce sempre aiuto potrebbe sentirsi appesantito da questa funzione a senso unico e ognuno si ritroverebbe ingabbiato in un ruolo rigido e statico, in uno stato di inerzia devitalizzante come avviene in alcune coppie che attraversano una depressione di uno o entrambi i partners.

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La fiducia nell’altro e nella coppia

La consapevolezza che, nonostante le difficoltà, l’altro partner sta facendo quanto gli è possibile, anche se non eguaglia il nostro sforzo, ci consente di affrontare la quantità di strada in più con meno insofferenza e intolleranza verso i comportamenti dell’altro, perché siamo mossi dalla fiducia nell’altro e nella sua volontà di continuare a venire verso di noi  e seguire gli obiettivi condivisi, seppur con un passo più provato. Fiducia che non è utile misurare quantificando i gesti dell’altro, ma valutando il significato che lo sforzo del partner ha per lui e per noi: egli potrebbe stare a lavorare al massimo delle  sue possibilità, anche se, in questi momenti specifici e contestuali della vita di coppia, le possibilità di uno potrebbero non equivalere alle possibilità dell’altro.

Riconoscendo il valore dei tentativi dell’altro, il partner in quel momento più solido assolverà alla funzione di facilitatore della relazione senza sentirsi appesantito dalle zavorre della recriminazione o del rancore perché sarà consapevole che, se egli stesso dovesse necessitare in futuro di questo tipo di aiuto, potrà goderne senza che l’altro, a sua volta, si senta sovraccaricato in quanto è funzionale che, nelle coppie,  ci sia intercambiabilità di ruoli.

Riuscire ad accettare le fragilità dell’altro e non temere di esprimere le proprie, permette di costruire un legame di coppia profondo su cui poter fondare anche un progetto più articolato che includa, per esempio,  la genitorialità e la crescita dei figli.
Naturalmente questa fiducia nell’altro e nella coppia si riveste di senso quando c’è reciprocità all’interno della relazione e quando questo momentaneo sbilanciamento non diventa uno stato cronico e immodificabile.

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Terapia di coppia ed equilibrio di coppia

coppia equilibrioUna coppia stabile e flessibile riesce a fronteggiare il presente e getta delle solide basi per il futuro ma è pur vero che, una coppia in cui l’equilibrio è vacillante, si trova di fronte ad un’ottima opportunità per consolidare e rielaborare le modalità di raggiungere un equilibrio più appagante: oscillare o “tentennare” in coppia è una valida premessa per lavorare sugli aspetti più fluttuanti della coppia e del legame e il contesto migliore in cui i partners possano imparare a “bilanciarsi”.

La terapia di coppia permette a entrambi di ricalibrarsi e rimodularsi in funzione delle esigenze presenti, degli ostacoli passati e degli obiettivi futuri.

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Dott.ssa Maura Santandrea

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Autore: dott-ssa-santandrea Categoria: Categoria default Ore: 19:04 Commenta

domenica, 17.01.10

Disturbi del sonno

La funzione vitale del sonno

Più di 15 milioni di italiani, tra donne in menopausa e puerpere, neonati e anziani, turnisti, persone depresse o ansiosepersone stressate, individui che hanno disturbi neurologici, malattie organiche o allergie, presentano disturbi del sonno.

disturbi sonno 1Una buona qualità del sonno rappresenta un elemento indispensabile al nostro benessere psicofisico perché costituisce circa un 1/3 della nostra vita, influenzandone anche l’aspetto sociale, lavorativo, familiare e soprattutto l’equilibrio del nostro organismo. La principale funzione del sonno infatti consiste nel recupero delle energie che il nostro corpo ha utilizzato durante lo stato di veglia, dovute non solo a sforzi fisici ma soprattutto mentali.

L’attuale stile di vita promosso dalla società moderna, sempre più frenetica e proiettata all’incessante movimento, tende a sottovalutare l’importanza rivestita dall’azione del dormire, quasi snobbandola perché associata a pigrizia, stasi, lentezza, improduttività. Già Esiodo, in passato, aveva definito il sonno “il fratello della morte”, ad indicare lo stato di torpore e immobilità a cui era assimilato.
Negli anni ’50 le ricerche sul sonno sono state influenzate da quelle teorie che lo definivano come un processo passivo in cui il sistema nervoso centrale cedeva ad uno stato di inattività, quando la stimolazione sensoriale diventava insufficiente per tenerlo sveglio.

Il realtà il sonno è enormemente produttivo per il nostro organismo perché  permette al cervello, l’organo che dirige tutte le funzioni del nostro corpo, di ricarburarsi, di lavorare in modo lucido ed efficiente.

Disturbo sonnoLa deprivazione del sonno infatti,  influenza notevolmente il rendimento individuale a svantaggio di una buona funzionalità. Se una persona non dorme a sufficienza rispetto ai suoi bisogni, il giorno seguente sarà meno efficiente e se il debito si accumula, gradualmente questo soggetto potrebbe andare incontro a sonnolenza costante, malumore, difficoltà a mantenere l’attenzione vigile, insuccessi lavorativi o sociali.

Senza un equilibrio adeguato tra stati di veglia e stati di riposo, viene minacciata la possibilità di apprendimento, le prestazioni lavorative, la serenità personale e interpersonale, siamo maggiormente predisposti a contrarre infezioni e malattie, siamo più vulnerabili a nervosismo e instabilità psichica.

Il Dipartimento della Sanità dello stato della California condusse uno studio durato 9 anni in cui si evidenziò che nel 70% dei casi, coloro che dichiaravano di dormire 6 ore o meno per notte, avevano una mortalità più alta di coloro che dichiaravano di dormirne 7. Altri studi confermano la correlazione tra sonno, buona salute e longevità.

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I DISTURBI DEL SONNO

Prima di parlare dettagliatamente dei disturbi del sonno, bisogna tener presente che a volte le situazioni o i conflitti emotivi irrisolti, possono ripresentarsi sotto forma di sonno disturbato durante la notte quando nel buio, in solitudine e non distratti dagli impegni della giornata, lo stato di coscienza è meno predisposto a frenare l’emergere di quei contenuti emotivi ed affettivi che, più o meno consapevolmente, ci danno pensiero .


I disturbi del sonno vengono suddivisi in due grandi categorie, le dissonnie e le parassonie:


Le DISSONNIE che comprendono :

1) i disturbi nell’avvio o nel mantenimento del sonno o insonnie

2) i disturbi da sonnolenza eccessiva o ipersonnie, come l’apnea nel sonno e la narcolessia

3) i disturbi del ritmo sonno-veglia.

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Le  PARASONNIE sono una vasta classe di comportamenti indesiderabili che compaiono esclusivamente o vengono esacerbati durante il sonno, per esempio Bruxismo, Enuresi notturnaPavor nocturnus, Sindrome da gambe senza riposo, Sonnambulismo  e Sonniloquio. Ne esamineremo alcuni.

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L’insonnia

L’insonnia è l’incapacità cronica di beneficiare qualitativamente e quantitativamente del sonno per mantenere un comportamento giornaliero funzionale.

L’insonnia rappresenta un disturbo del sonno molto diffuso, infatti il 30% dei pazienti che lamentano disturbi del sonno, soffrono proprio di insonnia. Poiché si tratta di un disturbo che si basa sull’autovalutazione, la percezione di essere insonni può essere indipendente dalla quantità di ore dormite.

disturbo sonno 2Essa infatti non dipende soltanto dalla quantità di riposo sperimentato durante la notte, ma anche da difficoltà ad addormentarsi, dalla presenza di numerosi risvegli durante la notte, dal risveglio precoce al mattino.

 Da alcuni esami di laboratorio è risultato che individui che si dichiaravano insonni, dormivano e sognavano normalmente, ma al mattino riferivano di aver avuto un sonno disturbato e non riposante. In questi casi si parla di Pseudoinsonnia o sindrome da errata percezione del sonno. Essa, oltre a dipendere spesso dalla personale fisiologia del sonno, può essere influenzata da fattori psicologici dovuti a stress, tensioni interpersonali, problemi familiari, traumi, situazioni irrisolte, rabbia, rancori, stato mentale di ruminazione.

 L’insonnia, nell’85-90% dei casi, si dimostra essere un sintomo correlato prevalentemente ad ansia, stress e depressione. A volte il disagio psicologico che sta alla base passa inosservato e il disturbo del sonno appare come il sintomo primario, quindi la persona, imputando il disturbo ad una causa organica, si rivolge al medico ancor prima che allo psicologo o allo psicoterapeuta. Molto spesso accade che il medico generico prescriva, ai pazienti depressi, pillole per dormire anziché  farmaci specifici per il trattamento della depressione, in quanto il disturbo riportato dall’assistito viene letto come “mancanza di sonno” e non come umore depresso e ne viene evidenziato soprattutto l’aspetto di stanchezza, astenia e apatia.

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Disturbi del ritmo sonno veglia

L’alternarsi di stati di sonno e stati di veglia  e la qualità delle ore dormite dipendono da due grandi fattori:i ritmi circadiani e l’equa proporzione tra la quantità di ore di riposo e l’effettivo fabbisogno dell’organismo.
Il ritmo circadiano è un ciclo cronologico di 24 ore in cui l’alternarsi del giorno e della notte produce variazioni nei parametri vitali, per cui: durante le ore di luce il corpo è più vitale e attivo, la temperatura interna corporea aumenta; durante le ore serali subentra una forma di  stanchezza e diminuisce la temperatura interna che raggiunge il valore più basso tra le due e le cinque del mattino, fase in cui predomina il freddo, il torpore, il sonno.  Gli stimoli che sincronizzano il ritmo circadiano interno con il giorno di 24 ore sono costituiti non soltanto dal sole, ma anche dalle abitudini di lavoro, scandite dai momenti dei pasti, dagli orologi, dai rumori che caratterizzano determinate fasi della giornata….

RussareMolte persone, soprattutto per motivi di lavoro, sono soggette all’alterazione dei ritmi circadiani per cui, mentre la loro temperatura interna  li spinge ad andare a letto, il loro cervello gli impone di restare svegli e questo meccanismo determina una durata del sonno di 2-4 ore inferiore rispetto ai lavoratori che obbediscono al naturale bisogno fisiologico del corpo e che lavorano durante le ore diurne. I lavoratori turnisti subiscono una grave deprivazione di riposo, che si aggiunge allo stress dovuto allo sfasamento del ritmo circadiano.

Oltre alla compromissione del benessere fisico, questa categoria di lavoratori vede compromessa anche la propria vita sociale in quanto hanno difficoltà a gestire le attività con gli amici e, nei casi in cui hanno un coniuge o dei figli, riescono con fatica ad essere presenti nella vita di coppia e familiare. La sociologa americana Lynn White ha condotto una ricerca su 1700 impiegati turnisti evidenziando che, all’interno di questa categoria di lavoratori, il rischio di divorzio aumenta del 50% rispetto a coloro che compiono un lavoro prevalentemente diurno e a turno fisso, statistica da valutare cautamente ma che denuncia comunque un fenomeno realmente presente.

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Apnea nel sonno

L’apnea del sonno consiste in frequenti e periodici episodi di blocco del respiro durante il sonno. Questo disturbo presenta una grande varietà di forme ed è molto improbabile che rappresenti un problema patologico unico. In alcuni casi sembra che il passaggio dallo stato di veglia a quello di sonno, sia accompagnato da una soppressione repentina dell’attività del centro respiratorio bulbare che ha come conseguenza l’arresto del diaframma  e dei muscoli intercostali e quindi una fase di apnea di circa 15-30 secondi. Alcune persone si svegliano di soprassalto, in preda ad una sensazione di improvviso soffocamento che può ripetersi più volte durante la stessa notte, altre invece non ricordano nulla e a volte si lamentano di dormire troppo, ma ciò che accomuna tutti questi pazienti, è la sensazione di stanchezza che accusano al loro risveglio. 

Questo fenomeno può essere più o meno pericoloso a seconda della fase del sonno in cui si manifesta: quando si presenta durante il sonno leggero, l’organismo è più veloce nella reazione di ripresa e riattivazione delle normali modalità respiratorie; quando si verifica durante la fase REM, la reazione del corpo è più lenta perché è maggiore lo stato di rilassamento e più profondo il sonno.

Generalmente è accompagnata da un rumoroso russare dovuto ad altre condizioni fisiche come per esempio l’eccesso di peso legato ad obesità (2/3 della casistica), l’invecchiamento che comporta un rilassamento fisiologico dei muscoli,  un’alimentazione sregolata, vita sedentaria, uso di alcool, la dipendenza da fumo…..quindi la prima misura terapeutica consiste nella perdita di peso e nell’assunzione di uno stile di vita più sano che si può perseguire anche avvalendosi di un aiuto psicoterapeutico che, stimolando la motivazione al cambiamento, individui delle strade percorribili verso lo status desiderato.

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Narcolessia

Narcolessia1) Il sintomo principale della narcolessia è costituito da “crisi di sonno invincibile” che si manifestano durante il giorno e possono durare dai 5 ai 30 minuti. Spesso queste crisi sono improvvise, senza segni premonitori e in luoghi e contesti inopportuni, a volte pericolosi per la vita propria e altrui, come quando ci si trova alla guida di un veicolo. È pur vero che se la persona cede al sonno in situazioni non pericolose, anziché cercare di contrastarlo, poi si risveglia riposata.

2) Un altro sintomo importante manifestato dal paziente narcolettico, è l’improvvisa perdita del tono muscolare che provoca una reazione simile allo svenimento, definita Cataplessia: la mandibola si abbassa, le braccia si distendono lungo i fianchi, il capo si inclina in avanti e le ginocchia si piegano. Generalmente lo stato di cataplessia viene innescato dalle emozioni come il divertimento, la rabbia, l’eccitazione.

3) Altro aspetto sintomatico di questo disturbo è la paralisi durante il sonno. Si tratta di episodi reversibili di inibizione del tono muscolare che si verificano quando il soggetto è a letto e sta attraversando la fase di passaggio dalla veglia al sonno o viceversa. In pratica, nonostante il soggetto sia cosciente, non è in grado di compiere il movimento voluto o di parlare.

4) Anche le allucinazioni ipnagogiche rappresentano un sintomo tipico della narcolessia e possono essere sia di tipo visivo che uditivo. Esse costituiscono la comparsa di percezioni spontanee ed intrusive rispetto alle quali il soggetto diviene elemento passivo. Sono percezioni fortemente sensorializzate della durata di pochi secondi che si accompagnano all’impressione che il proprio corpo sia in uno stato di profondo rilassamento. La narcolessia ha una forte componente familiare e il suo esordio è generalmente tardivo, relativo alla seconda decade di vita. Questo disturbo può avere enormi ripercussioni sulla vita sociale e sul benessere psicofisico della persone e affrontare un percorso psicoterapeutico che aiuti a gestire le emozioni e le reazioni conseguenti potrebbe rivelarsi di grande utilità in quanto la componente emotiva è quella in grado di scatenare le crisi di sonno invincibile.

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Pavor nocturnus

Il pavor nocturnus o “crisi di terrore notturno” consistono nella presenza di sogni sconvolgenti sia durante il sonno REM che in quello ad onde lente e si verificano sia nei bambini che, più raramente, negli adulti.

Nei bambini accade che, dopo circa 30 minuti dall’addormentamento, il piccolo si metta bruscamente a sedere sul letto, urlando e tenendo lo sguardo fisso e immobile su un oggetto immaginario, mentre respira affannosamente e il suo viso è pallido e coperto di sudore. Egli sembra refrattario ai tentativi esterni di consolarlo e resta in questo stato per 2 o 3 minuti, dopodiché il ricordo del sogno è raro e frammentario e al mattino non ha nessuna memoria dell’episodio.

Negli adulti si presenta in una forma diversa e i sintomi principali di questa crisi sono caratterizzati da ansietà, oppressione respiratoria e paralisi parziale che si accompagnano ad una evidente sudorazione, immobilità dell’espressione facciale, dilatazione della pupille e difficoltà di respiro.

Pavor nocturnusL’attività onirica riferita non è ben strutturata ed è legata prevalentemente a sensazioni di oppressione di cui però, al mattino, non si ha il ricordo. Queste crisi, che si manifestano durante il sonno ad onde lente, negli adulti prendono il nome di “incubo” che deriva il suo significato dal latino “incubare”(giacere sopra) e che è un termine calzante per indicare la sensazione di oppressione respiratoria sperimentata.

Questi soggetti generalmente presentano maggiori livelli di ansia anche durante il giorno ma gli episodi di terrore notturno diventano meno frequenti con l’avanzare dell’età. Il fatto che queste persone manifestino una componente ansiosa anche nello stato di veglia, durante il giorno, fa ipotizzare  che le crisi notturne possano essere influenzate da fattori psicologici ed emotivi che si esprimono attraverso questa modalità disturbante, al di fuori dello stato di coscienza vigile della persona interessata, ma che possono avere una grande valenza comunicativa nei casi in cui gli individui che si trovano in casa vengono coinvolti, in qualche modo, dall’episodio o per consolare, o per soccorrere o ne vengono semplicemente importunati.

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Sindrome da gambe senza riposo

Sindrome gambe senza riposoQuesto disturbo interessa la fase dell’addormentamento e minaccia la qualità del riposo della persona perché, oltre a provocare un ritardo nell’addormentamento, genera anche numerosi risvegli durante la notte in quanto il soggetto avverte un irrequietezza tale che deve per forza muovere le gambe a causa di formicolio, prurito, senso di costrizione o semplicemente nervosismo, apparentemente inspiegabile.  Il risultato al risveglio,  è che la persona si sente stanca e poco riposata.

La sensazione di irrequietezza è alimentata anche dal fatto che  l'allungamento del tempo di veglia notturna genera naturalmente irritazione e insofferenza. Spesso questa agitazione può derivare da uno stato d’ansia diurno, per motivi legati a vari ambiti di vita, dalla sfera lavorativa a quella familiare e sentimentale, che si ripercuote sulla qualità del sonno.

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Sonnambulismo

Durante un episodio tipico di sonnambulismo, la persona mentre dorme, dapprima si mette seduta sul letto, scende dal letto e comincia a camminare, inizialmente in modo instabile, ad occhi aperti e con un’espressione vacua in viso, poi il suo comportamento diventa più articolato perché comincia ad evitare oggetti, va in bagno, può arrivare a spolverare i tavoli, mentre resta in uno stato di coscienza tipico del sonno.

SonnambulismoRaramente si riesce ad attrarre l’attenzione del sonnambulo e, se gli si pongono delle domande, egli risponde confusamente con monosillabi e, al risveglio, non ha ricordi chiari sulla sua attività notturna. Il sonnambulismo generalmente si manifesta nella parte iniziale della notte, durante il sonno ad onde lente ed è più frequente nei bambini che negli adulti perché, con l’età, si va incontro ad una fisiologica riduzione della durata del sonno ad onde lente.


Sembra esserci una relazione tra sonnambulismo ed enuresi notturna in quanto alcuni studi hanno dimostrato che un terzo delle reclute militari che soffriva di enuresi notturna, aveva avuto una storia personale di sonnambulismo o qualche familiare che ne aveva sofferto. Spesso il sonnambulismo, come molti altri disturbi del sonno, è collegato ad uno stato ansioso profondo tipico della persona o circoscritto ad un periodo di vita particolarmente stressante o difficile. A volte il sonnambulismo può essere legato anche a stili di vita poco salubri che tendono ad alterare i ritmi sonno-veglia, come per esempio irregolarità negli orari in cui si va a riposare e ci si sveglia oppure  la dipendenza da alcool.

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Terapia dei disturbi del sonno

La psicoterapia costituisce un aiuto fondamentale nella gestione di queste problematiche soprattutto perché, dalle ricerche effettuate e dalla casistica clinica, emerge con chiarezza che, dove non sono presenti cause organiche, i disturbi del sonno sono spesso una manifestazione sintomatica di ansia, depressione, tensione (pensiamo al bruxismo), stress, conflitti emotivi irrisolti.

Invece, in presenza  di condizioni mediche generali che potrebbero essere alla base del disturbo del sonno, un approccio integrato che, oltre al trattamento medico, sia coadiuvato da un percorso psicoterapeutico, tende a fornire risultati più soddisfacenti perché accompagnati dall’elaborazione consapevole del disagio di cui si soffre e dalla ricerca di soluzioni pratiche per riappropriarsi della propria serenità sia diurna che notturna.

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Dott.ssa Maura Santandrea

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Autore: dott-ssa-santandrea Categoria: Disturbi del sonno Ore: 00:06 Commenta

domenica, 06.12.09

Obesità e sovrappeso

Obesità come malattia

L’obesità è una malattia cronica caratterizzata da una disfunzione nel modo in cui il nostro organismo assume, utilizza e deposita l’energia prodotta dagli alimenti con ci nutriamo e che finisce nel tessuto adiposo (sotto forma di trigliceridi), deputato alla conservazione e all’impiego dell’energia presente.

sedentarismoQuesto accumulo energetico è dovuto ad uno squilibrio tra la quantità e qualità di sostanze nutritive introdotte nel nostro corpo tramite l’ iperalimentazione e la scarsità o assenza di lavoro fisico dovuto ad un pronunciato sedentarismo che ostacola la mobilizzazione di energia, pertanto non si verifica quel dispendio energetico che permetterebbe uno smaltimento dell’energia in eccesso.

Fino a poco tempo fa, obesità e sovrappeso erano considerati problemi di carattere solamente medico o nutrizionale ma, con la diffusione di una maggior conoscenza in merito ai  Disturbi della Condotta Alimentare, si è cominciato ad esplorare anche la componente psicologica sottostante a questo problema di incremento ponderale che prevede un grande costo sociale, psicologico ed emotivo per chi ne soffre. Spesso queste persone devono fare i conti con un atteggiamento negativo, giudicante e discriminatorio che la restante parte di società  a volte manifesta nei confronti dell’Obesità, con conseguente compromissione della vita interpersonale: dal mondo del lavoro alla sfera affettiva.

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Obesità e insorgenza nella popolazione

Obesità nel mondoLa distribuzione epidemiologica dell’Obesità varia da nazione a nazione e, all’interno dello stesso paese, varia a seconda del gruppo etnico di appartenenza. Negli stati uniti per esempio genera 300.000 morti l’anno, divenendo la seconda causa di decesso dopo il fumo. Per quanto riguarda l’Europa invece, uno studio condotto dall’Associazione Europea per lo studio dell’Obesità ha rilevato che la maggior percentuale di obesi è concentrata in Finlandia, seguita da Germania, Inghilterra e Russia
Ma la  presenza dell’Obesità nella popolazione mondiale dipende da diversi fattori.


Fattori Culturali

Nei paesi a basso reddito individuale, l’Obesità prevale tra le classi socio-economicamente più agiate e nelle comunità urbane.

Nei paesi a reddito individuale più elevato, ne sono più colpite le classi sociali meno agiate, soprattutto donne, e la popolazione rurale.

Nelle società economicamente più sviluppate, l’Obesità riguarda principalmente i bambini e sono meno evidenti  le differenze tra i due sessi.

Cultura obesitàL’incidenza dell’Obesità sembra essere direttamente proporzionale al crescente benessere nella popolazione, influenzata dalla diffusione di modelli di vita occidentali che promuovono un’alimentazione “veloce”, con i ritmi frenetici, a cui le persone si uniformano spesso per esigenze di tempo e comodità, associata a diete ipercaloriche e ad alto contenuto di grassi.

La contraddizione a cui le tendenze culturali globalizzanti sottopongono l’individuo prevedono che, se da un lato le agenzie che veicolano l’informazione pubblicizzano stereotipi di magrezza, iperattività, bellezza estetica dai canoni quasi irraggiungibili; dall’altro trascurano di evidenziare realisticamente le condizioni di vita lavorative, affettive e familiari spesso frenetiche, alienanti e stressanti a cui la maggior parte delle persone sono sottoposte quotidianamente.

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Fattori Socio-ambientali

Alcune culture o sub-culture familiari, in cui si pensa ancora che “essere grassi” sia sinonimo di salute o benessere favoriscono l’instaurarsi di una mentalità e una conseguente condotta alimentare alterata che   mette a rischio soprattutto  i bambini, stimolati a “mangiare tanto per crescere”.

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Fattori Genetici

Obesità familiareCome attestano gli studi effettuati su famiglie in cui sono presenti persone obese e condotti sui gemelli, sembra esistere una certa predisposizione genetica nell’insorgenza dell’Obesità che favorirebbe le disfunzioni metaboliche responsabili del disturbo, in presenza di alta disponibilità di cibo e marcato sedentarismo.

Queste caratteristiche genetiche determinano la tendenza all’ accumulo di grasso e inducono alterazioni del comportamento alimentare e del dispendio energetico. Nelle famiglie in cui uno dei genitori è obeso, esiste il 50% di possibilità che anche  il figlio diventi obeso, e chi ha i 2 genitori obesi, rischia per l’ 80 /90%  dei casi di esserlo.

Ci sono inoltre alcuni gruppi etnici in cui predomina la possibilità di incorrere in problemi di Obesità, come nel caso degli indiani Pima, una tribù in cui il disturbo è presente con una percentuale del 90% in entrambi i sessi.

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Differenze di genere e ciclo di vita

donna obesaIn alcune fasi della vita si è più predisposti fisicamente all’accumulo di grasso perché, col passare del tempo, si rallenta il metabolismo che, se associato al naturale cambiamento ormonale che colpisce l’organismo, influenza notevolmente la variazione ponderale. All’interno di questo processo evolutivo,le donne hanno più probabilità di aumentare di peso poiché, al contrario di quanto accade negli uomini, la loro struttura è composta per l’ 80% da grasso e per il 20% da massa muscolare. Le donne inoltre, nell’arco della vita, possono andare incontro a gravidanza che, in alcuni casi, può causare Obesità.

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Stile di vita

Obesità cattiva alimentazioneUn’alimentazione inadeguata che predilige grassi, carboidrati, alcool, consumo veloce e frettoloso degli alimenti, con scarsa assunzione di frutta e fibre può predisporre alle alterazioni metaboliche che sono all’origine del sovrappeso e dell’Obesità, stato che è ulteriormente compromesso da uno stile di vita sedentario. Una scarsa attività fisica favorisce l’aumento di massa grassa, mentre chi fa sport accresce la massa muscolare che, di conseguenza, lascia meno spazio all’insediamento della massa grassa.

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Obesità e componente psicologica

L’80% delle obesità è di origine alimentare e dipende prevalentemente da uno stile di vita e un atteggiamento nutrizionale alterato oppure è associata ad altri disturbi psicologici, dovuti a fattori psicogeni. Nell’uno o nell’altro caso, l’Obesità comunque si presenta come una problema legato ad un grande  malessere psicologico.

Alcuni Disturbi della condotta alimentare, come ad esempio il Binge-Eating Disorder o la Sindrome da Abbuffata notturna, comportano una aumento di peso notevole.
In questi casi la persona si iperalimenta spinta da modalità compulsive sulle quali non riesce ad avere controllo, come nel caso delle abbuffate, ma non riesce poi a bilanciare l’introito energetico con un consumo, misurabile in termini di  lavoro fisico, proporzionato all’iperalimentazione precedente.

Sedentarismo televisioneQuesto accade perché la persona si nutre prevalentemente di carboidrati e grassi,  conduce una vita sedentaria o stressante,  mangia frequentemente in eccesso durante le ore serali, può avere l’abitudine di fare il riposino pomeridiano. Inoltre, se subentrano Disturbi d’ansia o Depressione per i quali si assume una terapia farmacologica, questa potrebbe contribuire a favorire la già presente tendenza al sovrappeso, con gravi conseguenze sul piano della salute fisica e psicologica. A volte alcuni farmaci, come gli anti-psicotici, prevedono come affetto collaterale l’incremento ponderale.

I problemi di sovrappeso spesso sembrano coesistere con altri disturbi di cui l’individuo obeso può soffrire, come nel caso del Disturbo Ossessivo Compulsivo, dei Disturbi d’Ansia, della Depressione, di alcuni Disturbi di Personalità.

Nelle donne che soffrono di disturbi alimentari, spesso si riscontrano diagnosi associate di Fobia sociale, uso di sostanze e dipendenza (per esempio dipendenza affettiva). In questi casi può succedere che l’incremento ponderale abbia un effetto peggiorativo sul disturbo già presente, la cui gravità si commisura con la difficoltà di rientrare nel range di peso  corporeo desiderato.
Alcuni disturbi, come il Disturbo bipolare dell’Umore e il Disturbo Schizoaffettivo, comportano una tendenza ad iperalimentarsi in condizioni di forte stress e incorrono nel rischio di Obesità o di variazioni di peso corporeo nella direzione del sovrappeso.


Obesità e aspetto relazionale

Da un punto di vista familiare ed evolutivo, spesso l’adulto obeso, è stato un bambino obeso verso il quale i genitori o altri familiari si rivolgevano utilizzando come unico canale comunicativo proprio il cibo.
Il cibo, oltre a diventare lo strumento principale con cui i genitori rispondevano alle esigenze infantili, rappresentava anche l’unico modo con cui  essi manifestavano il loro affetto in quanto ad ogni richiesta del bambino, essi davano una risposta di “tipo alimentare”, fornendo o somministrando cibo .

nutrizioneIl bambino si trovava a ricevere cibo indipendentemente dal reale bisogno di nutrimento e questo automatismo lo avrebbe portato a riconoscere con difficoltà le proprie sensazioni di fame o sazietà. Inoltre avrebbe innescato un comportamento secondo cui, di fronte a sensazioni sgradevoli o frustrazioni, per il bambino era naturale ricorrere passivamente al cibo. Questo stile relazionale familiare contribuirebbe a generare nel bambino un profondo senso di  insicurezza, passività, dipendenza.

Nei soggetti obesi si riscontra frequentemente l’incapacità a discriminare  correttamente le proprie sensazioni corporee di fame e sazietà e la tendenza ad associare alla fame alcuni stati emotivi, senza riuscire a discernere le sfumature.


Un’interessante ricerca di Clerici e Albonetti si basa proprio sull’ipotesi che gli adulti gravemente obesi abbiano difficoltà ad esprimere sentimenti ed emozioni, all’interno di un processo   identificabile come  Alessitimia e definibile come:
1) inabilità ad esprimere e a vivere esperienze emotive
2) pensiero orientato verso l’esterno anziché verso il proprio mondo interno
3) ragionamento concreto e stereotipato
4) impoverimento della vita affettiva e relazionale
5) diminuzione nel "sognare ad occhi aperti"
6) tendenza a somatizzare, ovvero a comunicare per mezzo del corpo emozioni e sentimenti.


L’alimentazione, che prevede un insieme di azioni non verbali e fisiche, diventa quindi un modo per attenuare stati d’ansia e frustrazioni e, la ripetitività di questa strategia compensatoria mirata a ridurre le sensazioni insopportabili, è talmente incisiva da far dipendere l’ingestione di cibo non più dai centri ipotalamici della fame e della sazietà, ma da stati emotivi interni e vuoti affettivi.


Obesità nei bambini o Obesità infantile

Obesità infantileL’incidenza di Obesità infantile, come accennato precedentemente,  è più frequente nei paesi maggiormente sviluppati o in quelle sub-culture etniche o familiari in cui prevalgono stili alimentari scorretti e ricchi di grassi e carboidrati. In Italia le regioni che più vanno incontro a questo problema sono quelle Meridionali, con la città di Napoli al primo posto.

Fattori predisponenti l’insorgenza dell’Obesità infantile sono il basso livello sociale, uno stile di vita sedentario legato spesso all’ eccessiva permanenza davanti alla televisione, la deprivazione affettiva familiare, la condizione di figlio unico, la scarsa presenza qualitativa  dei genitori,  la mancanza di uno dei due genitori, la scarsa qualità e durata del sonno notturno.

La diagnosi di Obesità in infanzia e adolescenza è resa più complicata per il fatto che interessa fasi evolutive in cui i dati biometrici variano notevolmente a causa della crescita e dello sviluppo, ma in alcuni casi il sovrappeso è evidente.

Generalmente i bambini obesi tendono a essere più alti, presentano un invecchiamento precoce delle loro ossa e una maggiore concentrazione di massa grassa, le femmine hanno le mestruazioni precocemente  rispetto alle coetanee non obese.
Un bambino obeso diventerà con grande probabilità un adulto obeso, con una probabilità dell’80% di soffrire di disturbi connessi al sovrappeso, in quanto l’Obesità infantile tende ad essere persistente a seconda dell’età d’esordio e della gravità, infatti un’età d’esordio molto bassa aumenta il rischio di cronicità, soprattutto nelle femmine.

L’Obesità infantile può interferire con lo sviluppo  dell’immagine corporea che il bambino si costruisce durante la crescita e infatti molte persone obese, indipendentemente dall’età, sperimentano vissuti negativi in merito alla propria immagine di sé dovuta molto spesso anche al fatto che, da piccoli, sono stati esposti ad esclusione, emarginazione, derisione da parte dei coetanei e, a volte, anche vittime di bullismo.


Conseguenze organiche dell’Obesità

L’Obesità comporta gravi conseguenze da un punto di vista fisico, oltre che psicologico. Sovrappeso e obesità sono frequentemente legati a sindrome metabolica e resistenza insulinica con grave rischio di morte per l’individuo. Altri disturbi connessi sono:
- Ipertensione
- Malattia coronarica
- Insufficienza cardiaca
- Calcolosi biliare
- Apnea del sonno
- Osteoartrite
- Diabete
- Problemi articolari
- Anomalie della fertilità
- Gravidanze a rischio
- Ernia Iatale
- Fegato Grasso
- Alcune tipologie di cancro (colon, endometrio, vescica, mammella)


La terapia dell’Obesità

Il primo aspetto legato alla terapia dell’Obesità, che dovrebbe investire sia l’ambito fisico che quello psicologico, prevede innanzitutto una maggior consapevolezza alimentare in termini di scelta dei cibi, stile di vita, controllo dei comportamenti, esercizio fisico, tutti aspetti legati ad una predisposizione e volontà che un percorso psicoterapeutico può contribuire a fortificare, nel tentativo di elaborare il disagio e cercare strategie più utili e funzionali di comportamento.

L’obiettivo della terapia è quello di restituire alla persona il controllo sulla propria condotta nell’ottenere miglioramenti evidenti, prefissandosi piccoli e graduali traguardi. L’approccio terapeutico all’obesità deve prevedere la collaborazione tra diverse figure quali lo psicoterapeuta, il medico e, ove necessari, il nutrizionista e lo psichiatra.

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Dott.ssa Maura Santandrea

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Autore: dott-ssa-santandrea Categoria: Obesità e sovrappeso Ore: 22:22 Commenta

domenica, 29.11.09

Infanzia e sviluppo

Si tratta di un periodo di vita unico ed irripetibile, in cui l’individuo si delinea nei suoi tratti di personalità principali.
Dal momento della nascita, il bambino è predisposto ad imparare a rispondere nel modo più consono agli stimoli esterni ed interni. Il processo attraverso il quale l’infante si sviluppa in relazione all’ambiente è un vero e proprio processo di  adattamento.
Esistono numerose aree che è necessario prendere in considerazione nel momento in cui si voglia descrivere lo sviluppo naturale del bambino, la crescita fisica,  lo sviluppo cognitivo, quello affettivo ed infine l’area sociale.


LA CRESCITA CORPOREA E LO SVILUPPO MOTORIO

Il fenomeno dei cambiamenti corporei accompagna il bambino dalla nascita al raggiungimento della fase successiva, l’adolescenza.
Durante la crescita vediamo il bambino trasformarsi, non solo per dimensione, ma anche nelle proporzioni e nelle capacità.

La testa del neonato e i suoi occhi, che ci fanno tanta tenerezza per la loro grandezza, si avvicinano lentamente alle proporzioni che hanno nell’individuo adulto. Il bambino piano piano impara a compiere movimenti più precisi, a dosare la forza, perfeziona la sua motricità fine.
Quando lo sviluppo motorio subisce degli arresti, delle regressioni o delle deviazioni, parliamo di disturbi delle capacità motorie come nel caso del Disturbo di Sviluppo della Coordinazione.


Ovviamente la trasformazione fisica è connessa ad importanti risvolti psicologici.
La relazione con il “mondo dei grandi” cambia insieme al corpo. Un bambino molto alto, ad esempio, viene percepito da noi come più adulto rispetto ad un coetaneo molto basso che può facilmente darci l’idea del “cucciolo”.


Anche il rapporto con i coetanei è fortemente influenzato dall’aspetto fisico. Esistono delle caratteristiche corporee che vengono ipervalorizzate dal gruppo dei coetanei, altre che possono dar luogo comportamenti di espulsione dal gruppo, alla presa in giro, fino ad arrivare a veri e propri fenomeni di bullismo.
Queste differenze individuali possono dare origine a disturbi legati alla percezione del proprio corpo, come nel caso della dismorfofobia, che diventa più frequente nell’adolescenza.

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LO SVILUPPO COGNITIVO

A livello cognitivo in questa fase del ciclo vitale abbiamo il maggior sviluppo della nostra vita. Il bambino, come spesso notano genitori e parenti, “impara ogni giorno qualcosa”, la sua mente, è flessibile e recettiva, il suo pensiero si modifica rapidamente.
Piaget individua nello sviluppo intellettivo una successione di stadi:

1. L’intelligenza senso-motoria si struttura prima dell’apparire del linguaggio ed è prelogica. La sua maturazione avviene nei primi 18 mesi.

2. L’intelligenza pre-concettuale e intuitiva emerge quando compare la funzione simbolica, in particolare il linguaggio (18 mesi – 7 anni).

3. L’intelligenza operatoria è organizzata secondo strutture verbali e logiche. Si divide in operatoria concreta (7-11 anni) e operatoria astratta (oltre gli 11 anni).

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Lo sviluppo cognitivo ed i suoi disturbi

Sono molte le patologie che hanno origine da uno sviluppo cognitivo anomalo o carente. Possiamo individuare delle macrocategorie significative suddividendo i disturbi in:
Ritardo Mentale, più o meno grave.
Disturbi dell’Apprendimento, che principalmente riguardano le aree della lettura, del calcolo e della scrittura.;
Disturbi della Comunicazione e del principale canale di comunicazione: il linguaggio;
Disturbi Pervasivi dello Sviluppo che riguarda patologie caratterizzate dalla compromissione grave e generalizzata in diverse aree dello sviluppo; uno dei più conosciuti è l’Autismo.


In parte lo sviluppo cognitivo è coinvolto anche nella classe dei Disturbi da Deficit di Attenzione e da Comportamento Dirompente, come nel caso del Disturbo da deficit di Attenzione / Iperattività.

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LO SVILUPPO AFFETTIVO

Lo sviluppo affettivo prende in considerazione l’areinfanzia sviluppo 2a delle relazioni umane ed il modo in cui il bambino si relaziona agli altri significativi. La più primitiva e più significativa relazione, definita da alcuni orientamenti come “primaria”, per sottolinearne il ruolo centrale, è quella con la madre.
La relazione con la madre funziona da prototipo per tutte quelle successive: sulla base di essa si struttureranno tutte le altre.
Sentimenti, emozioni ed umore
Nell’ambito dell’affettività è necessario differenziare  sentimenti, emozioni ed umore.

I sentimenti sono la parte più stabile e persistente dell’affettività, nonché la componente basilare dell’affettività.

Le emozioni sono stati affettivi spesso molto intensi ma più transitori, insorgono e si esauriscono rapidamente, si esprimono anche a livello neurovegetativo (come quando aumentiamo la sudorazione per una forte emozione o il cuore ci comincia a battere all’impazzata dando luogo alla tachicardia).

 L’umore invece, è la tonalità affettiva di base, costituisce il temperamento di base di una persona in un certo periodo della sua vita.

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Lo sviluppo affettivo ed i suoi disturbi

In alcuni casi, lo sviluppo affettivo non procede come dovrebbe ma:

I. Subisce un arresto e non raggiunge la fase successiva. È il caso per esempio del bambino di 10 anni affetto da ansia da separazione che non accetta di abbandonare il letto dei suoi genitori.

II. Si osserva un ritorno a modalità interattive precedenti che erano state abbandonate e il bambino non riesce più a mettere in atto comportamenti precedentemente acquisiti appropriati alla sua età mentale.

III. Porta il soggetto ad utilizzare modelli relazionali disfunzionali.

Alcuni teorici dell’attaccamento hanno descritto questi fenomeni facendo ricorso ai modelli operativi interni (MOI).
I MOI, che nascono dall’interiorizzazione delle prime relazioni significative, guideranno il soggetto, oltre cha a livello affettivo, anche a livello comportamentale, relazionale e cognitivo, poiché la sfera affettiva non è a sé stante rispetto alle altre: le capacità cognitive lo sviluppo fisico e l’accrescimento delle abilità sociali la influenzano e sono da essa influenzati.

Il cambiamento nei modelli operativi può determinarsi, ad esempio, quando un genitore precedentemente disponobile e comprensivo, a causa di eventi personali, diventi ansioso o profondamente depresso, mancando di sensibilità nei confronti del figlio. Al contrario, se un genitore sa diventare capace di rispondere più sensibilmente ai bisogni affettivi del suo bambino, questo ricostruirà un modello operativo di sé valido ed uno complementare dei genitori disponibili e supportivi.

Un buono sviluppo affettivo risulta essere uninfanzia sviluppo 4 fattore protettivo in molte patologie infantili quali la Fobia Scolastica, l’Ansia da Separazione e l’Ansia Sociale, i Disturbi dell’Evacuazione (come nel caso dell’Enuresi), il Mutismo Selettivo, il Disturbo Reattivo dell’Attaccamento.
La sfera affettiva è coinvolta anche nei disturbi d’ansia, nei disturbi dell’umore (come ad esempio nella depressione) e nei disturbi alimentari.

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Attaccamento sicuro, evitante, ambivalente disorientato

Il comportamento affettivo dei bambini è stato catalogato utilizzando un paradigma sperimentale chiamato Strange Situation. Da esso sono nate inizialmente tre categorie comportamentali, alle quali ne è stata successivamente aggiunta una quarta. Esse descrivono il tipo di interazione tra il bambino e sua madre classificandolo secondo l’Attaccamento.

- Parliamo di attaccamento sicuro quando il bambino dimostra di aver fiducia nella disponibilità e nel supporto della figura di attaccamento e si sente libero di poter esplorare il mondo. Tale stile sarebbe promosso da una figura sensibile ai segnali del bambino, disponibile e pronta a dargli protezione nel momento in cui il bambino lo richiede. Alcuni tratti caratteristici sono: la convinzione di essere amabile, l’assenza del timore di abbandono e la fiducia nelle proprie capacità e in quelle degli altri.

L’attaccamento insicuro evitante presuppone che il bambino costruisca le proprie esperienze facendo esclusivo affidamento su se stesso, senza l´amore ed il sostegno degli altri, ricercando l´autosufficienza anche sul piano emotivo. I tratti che maggiormente caratterizzano questo stile sono: insicurezza, convinzione di non essere amato, percezione del distacco.

- Si tratterebbe invece di attaccamento insicuro ambivalente se il bambino ha sperimentato risposte intermittenti ed imprevedibili alle sue richieste di affetto, svilupperà un modello mentale di sé come di persona vulnerabile e degli altri come persone inaffidabili.

 - Successivamente è stata inserita un’ultima categoria, quella dell’ attaccamento disorganizzato/Disorientato, che descrivere le diverse gamme di comportamenti spaventati, strani, disorganizzati o apertamente in conflitto, precedentemente non individuati.

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LO SVILUPPO SOCIALE

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Il mondo sociale del bambino costituisce una delle aree più importanti nella sua vita. La famiglia rappresenta il primo ambito sociale di cui il bambino è parte. Raggiungendo una maggiore maturità relazionale diventano significative anche altre figure, in primis il gruppo dei coetanei, ma anche la scuola, il contesto sportivo ed i mass-media.

Gli amici rappresentano un elemento di confronto costante attraverso cui il bambino può misurare sé stesso e la sua crescita. Il fenomeno della identificazione conduce il bambino a pensare, sentire ed agire come se le caratteristiche dell’altro fossero le proprie. La posizione che si assume all’interno del gruppo influisce sull’autostima e sull’auto-efficacia.

È proprio per questo motivo che fenomeni di presa in giro e di bullismo all’interno del gruppo acquisiscono una enorme rilevanza.
Le ragioni che possono far sentire un ragazzo scomodo nel suo gruppo di coetanei sono numerose e spesso il ragazzo tende a pensare di risolvere il problema evitando il contesto che gli crea il disagio e rifugiandosi in contesti meno ansiogeni che però possono generare dipendenza come per esempio la dipendenza da internet. In questo modo si entra in un’altra nuova comunità in cui, se da un lato ci si sente parte di qualcosa, dall’altra ci si sente protetti, seduti davanti al proprio computer, sulla propria scrivania, in un ambiente percepito come familiare.
Negli ultimi anni tuttavia, il fenomeno della rete ha assunto una valenza più ampia, non si può più relegare la sua funzione ad una dimensione di rifugio, ma si è innescato un vero e proprio nuovo modo di vivere la socialità.

L’infanzia rappresenta una fase del ciclo vitale molto delicata in cui la vigilanza,  l’attenzione  e la sensibilità dei genitori rispetto alla salute psicofisica del bambino costituisce una grande risorsa per una crescita serena, all’interno e all’esterno del contesto familiare.

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Dott.ssa Isabella Biondi

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Autore: dott-ssa-santandrea Categoria: Infanzia e sviluppo Ore: 20:02 Commenta

mercoledì, 25.11.09

Il Binge Eating Disorder (BED) o disturbo da alimentazione incontrollata

Il Binge Eating Disorder (BED) o Disturbo da alimentazione incontrollata (DAI) è un disturbo della condotta alimentare relativamente giovane, nel senso che il suo riconoscimento è avvenuto solo intorno al 1992 ma, nonostante tutto, destinato ad un rapido aumento tra la popolazione.

boteroPer molto tempo si è pensato fosse solo un sintomo della più conosciuta bulimia nervosa ma in realtà rappresenta una vera e propria alterazione del comportamento alimentare. Presenta delle specifiche caratteristiche legate alla ricorrente presenza di abbuffate  che, al contrario della bulimia nervosa, non prevedono strategie compensatorie (vomito, assunzione di lassativi,  digiuno o massiccio esercizio fisico) atte a ridurre l’incremento ponderale.

Questo comportamento fagocitante incontrollato era già stato osservato nel 1959 da Stunkard in sottogruppi di pazienti obesi che, durante delle vere e proprie crisi compulsive, ingerivano una consistente quantità di cibo perdendo il controllo sul proprio comportamento.

La diffusione di questo disturbo della condotta alimentare sembra abbastanza omogenea nella popolazione in quanto colpisce uomini e donne in egual misura senza distinzione di razza.
Viene diagnosticato più facilmente in soggetti adulti tra i 30 e i 40 anni ma spesso si scopre che queste persone soffrivano di disturbi alimentari fin dall’adolescenza.

È  presente nel 30% circa dei casi di obesità che richiedono una cura per la loro situazione,  nel 2-3% di tutti i soggetti obesi e, nell’80% di questi ultimi casi, compaiono anche disturbi dell’umore e altri quadri psicopatologici.

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Criteri diagnostici per il Disturbo da Alimentazione Incontrollata o Binge Eating Disorder (BED) secondo il DSM IV

Allo stato attuale nel DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) il  Binge Eating Disorder non viene ancora riconosciuto come entità nosografica a se stante ma ne sono stati definiti dei criteri diagnostici specifici:

A) Episodi ricorrenti di abbuffate compulsive. Un’abbuffata compulsiva è definita dai due caratteri seguenti (entrambi necessari).
-  Mangiare,in un periodo di tempo circoscritto (per esempio nell’arco di due ore), una quantità di cibo che è indiscutibilmente maggiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo di tempo in circostanze simili.
-  Senso di mancanza di controllo sull’atto di mangiare durante l’episodio (per esempio sentire di non poter smettere di mangiare o di non poter controllare cosa o quanto si sta mangiando).

B) Gli episodi di abbuffate compulsive sono associati ad almeno tre dei seguenti caratteri:
- Mangiare molto più rapidamente del normale;
- Mangiare fino ad avere una sensazione dolorosa di “troppo pieno”;
- Mangiare grandi quantità di cibo pur non sentendo fame;
- Mangiare in solitudine a causa dell’imbarazzo sociale per le quantità di cibo ingerite;
- Provare disgusto di sé, depressione o intensa colpa dopo aver mangiato troppo.

C) Le abbuffate compulsive suscitano sofferenza e disagio.

D) Le abbuffate compulsive avvengono, in media, almeno due giorni la settimana per almeno sei mesi.

E)L’alimentazione incontrollata non risulta associata con l’utilizzazione sistematica di comportamenti compensatori inappropriati (uso di purganti, digiuno, eccessivo esercizio fisico) e non si riscontra soltanto nel corso di anoressia o di bulimia nervosa.

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L’Abbuffata nel Binge Eating Disorder (BED)binge

L’abbuffata è quella componente della condotta alimentare che  si riscontra in diversi disturbi alimentari come il Binge Eating Disorder (BED), la Bulimia nervosa e in alcuni casi di Obesità.
Essa si caratterizza per il consumo di una grossa quantità di cibo in un ridotto periodo di tempo all’interno di un comportamento impulsivo sul quale la persona sente di non avere controllo.

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Differenze con la bulimia nervosa

Mentre nei casi di bulimia l’abbuffata si presenta sotto forma di singole crisi nel corso della giornata, nei casi di Binge Eating Disorder invece si presenta 3 o 4 volte a settimana nei giorni definiti “binge” e nella restante parte della settimana si verifica un’alimentazione che rientra nella norma o addirittura ridotta.

 In questi giorni particolari in cui prevalgono le abbuffate, le persone affette da BED prediligono l’assunzione di cibi ricchi di grassi e riducono quella di fibre e proteine.

Mentre nei pazienti bulimici le crisi bulimiche di abbuffata avvengono in seguito al perdurare di un regime alimentare drasticamente ipocalorico, per i pazienti BED non è stato dimostrato il ruolo predisponente delle restrizioni dietetiche anzi, più riescono a dimagrire, più cercano di mantenere un atteggiamento nutrizionale nella norma.

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Differenze con l’obesità

Rispetto all’obesità, benché in entrambe le patologie siano presenti casi di abbuffate compulsive, i pazienti BED manifestano un senso di colpa conseguente all’abbuffata alimentare  e una preoccupazione riguardante il peso corporeo che è maggiore rispetto a quella presente nei pazienti obesi, con cui comunque condividono uno stile di vita prevalentemente sedentario e un aumento ponderale rapido a causa dell’incapacità di controllare l’apporto calorico assunto.

Quando l’aumento di peso è veloce e progressivo, si è notato che, con l’aumento visibile dell’adiposità, si riscontra un peggioramento della condotta alimentare compulsiva. Essi vanno incontro alle stesse complicanze organiche a cui sono soggetti gli obesi:
-malattie cardio-vascolari
-ipertensione arteriosa
-diabete mellito
-alcune neoplasie

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Caratteristiche del Binge Eating Disorder (BED)

Il Binge Eating Disorder (BED) sembra avere origine nel periodo dell’adolescenza, in una situazione di normopeso, spesso a seguito di una significativa perdita di peso dovuta ad una dieta autogestita o scorretta.

Questi pazienti manifestano difficoltà in svariati ambiti della loro vita:

-disagio sociale e lavorativo esteso alla maggior parte dei rapporti interpersonali

-distorsione nella visione del proprio corpo che alimenta senso di insicurezza e inadeguatezza

-pressione e stress dovuti alla grande quantità di tempo trascorso sotto regime dietetico

-in alcuni casi abuso di alcool o droghe e storie di abusi infantili o scarsa presenza affettiva e sostegno da parte delle figure di accudimento

-difficoltà a gestire gli stati d'animo o a esprimere/manifestare le proprie emozioni (compresa la rabbia)

-senso di impotenza legato all’incapacità di controllare il proprio comportamento alimentare e il conseguente aumento di peso

obesoIl 50% dei pazienti BED soffre di depressione maggiore, disturbo di panico e alcuni disturbi di personalità. Il sintomo dell’abbuffata infatti andrebbe a compensare una sensazione pervasiva di sconforto e solitudine presente nel momento della crisi.

Un elevato sovrappeso può contribuire al mantenimento e all’accentuazione del sintomo compulsivo, in quanto restituisce al paziente stesso una senso di fallimento, colpa e vergogna che autoperpetua la condotta alimentare incontrollata.

Alcune teorie sostengono che la capacità di alcuni cibi di gratificare la persona grazie ai processi ormonali antidepressivi conseguenti, alimenterebbe la sintomatologia del paziente BED che riuscirebbe, tramite le abbuffate di alcuni cibi nello specifico, a contrastare, seppure momentaneamente, uno stato d’animo depressivo insopportabile.

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La sindrome dei mangiatori notturni (NES)mangiatori notturni

Nel 1955 Stunkard cominciò a studiare la sindrome dei mangiatori notturni che altro non è che una variante del Binge Eating Disorder (BED), con la differenza che nei casi di NES, le abbuffate avvengono di notte.

In queste persone si verifica  un'inversione del ritmo ormonale giorno-notte (melatonina che influisce sul sonno e leptina che influisce sull'appetito) pertanto c’è una maggior predisposizione notturna a cedere all’impulso dell’abbuffata, ma le caratteristiche psicologiche dei pazienti restano le medesime dei casi di  Binge Eating Disorder.

Si sono rilevate alcune differenze nelle abitudini alimentari tra le ore serali e mattutine infatti, generalmente, i pazienti che soffrono di NES si svegliano la mattina senza alcun appetito e tendono a saltare la colazione e a volte anche il pranzo.

Più si avvicina la sera e più torna l’interesse per il cibo che cercano di assumere in eccesso durante la cena. Conseguentemente provano difficoltà ad addormentarsi e necessità di mangiare prima di addormentarsi.

Sono soggetti a risvegli notturni accompagnati dal bisogno di mangiare per riuscire a riaddormentarsi. Questo stile di vita mina severamente l’equilibrio psicologico della persona che infatti è più facilmente esposta a stress e stati depressivi.
La NES colpisce il 2% della popolazione, il 9% dei pazienti obesi e il 27% dei pazienti severamente obesi ed interessa principalmente persone di  età compresa fra i 30 e i 40 anni.Si accompagna a fenomeni di sonnambulismo, alla "sindrome delle gambe senza risposo", ad apnea ostruttiva da sonno. Spesso il soggetto non ha ricordo dell'abbuffata.

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La terapia del Binge Eating Disorder (BED)

L’intervento terapeutico nei casi di BED agisce su due aspetti: la condotta alimentare compulsiva e il sovrappeso pertanto, oltre ad un ausilio farmacologico, è indispensabile scegliere di intraprendere una psicoterapia.

Dal momento che lo stile nutrizionale patologico della persona che soffre di BED è strettamente connesso ad un malessere psicologico di cui l’abbuffata rappresenta il sintomo, è prioritario che il paziente possa elaborare e risolvere le dinamiche sottostanti alla sintomatologia, attraverso un percorso terapeutico che gli permetta di riacquistare il potere di scelta sul proprio stile di vita, potenziando quelle  risorse della persona che lo stesso paziente non riesce a recuperare in se stesso.

La difficoltà a gestire i rapporti interpersonali e a stabilire relazioni sociali adeguate e gratificanti contribuisce a determinare stati negativi che favoriscono l'insorgenza di comportamenti alimentari abnormi, per questo motivo una psicoterapia sistemico-relazionale, che affronta approfonditamente la vita interirore e relazionale dei pazienti, può rivelarsi molto utile nel trattamento del Binge Eating Disorder.
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Dott.ssa Maura Santandrea

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domenica, 22.11.09

Anoressia mentale o anoressia nervosa

Prima di entrare nel vivo della sintomatologia di tipo anoressico e dell’aspetto più propriamente medico e psicologico del disturbo, è importante soffermarsi su alcuni particolari inerenti la stessa definizione etimologica del termine e sulla componente storico-culturale legata al disturbo stesso.

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Definizione generale: Anoressia o Sitiergia?

Se volessimo tracciare una breve definizione di anoressia, da esplorare in seguito più approfonditamente in questo articolo,  potremmo  dire che l’anoressia rientra nei disturbi della condotta alimentare (DCA) con esordio tipico in età adolescenziale-giovanile. 

Interessa prevalentemente la popolazione femminile, anche se negli utimi anni investe sempre più vorticosamente anche il mondo maschile.

Si caratterizza per una ossessiva paura  di ingrassare, una visione della propria immagine corporea autopercepita sempre in sovrappeso  nonostante,  ad un occhio esterno, sia evidente una rilevante magrezza. Il peso corporeo, in ambito medico,  generalmente viene calcolato tenendo in considerazione l'Indice di Massa Corporea, detto anche BMI (dall'inglese: Body Mass Index),  che è un numero che esprime il rapporto esistente tra il peso in chilogrammi di una persona ed il quadrato della sua altezza espressa in metri e, nelle anoressiche, risulta molto al di sotto della media.

Queste persone, soprattutto all’inizio, hanno scarsa consapevolezza del loro problema e per questo rifiutano ogni cura.

Anoressia mentale e anoressia nervosa indicano lo stesso fenomeno ma l’appellativo “nervosa” è quello preferito dai paesi anglosassoni.

La parola anoressia deriva dal greco “ανορεξία”  (anorexia) ed è composta dalla preposizione  “an” che indica privazione  e dal sostantivo   “órexis” che significa “appetito” pertanto, secondo questa definizione, l’anoressia denoterebbe una mancanza di appetito.

In anoressia 1verità il rifiuto relativo al  cibo è un sintomo centrale in questo disturbo ma non sarebbe dovuto tanto ad una perdita di appetito, come lascia intendere l’etimologia, quanto invece al mancato riconoscimento della sensazione della fame.

Questo uso disfunzionale della nutrizione solleva un aspetto importante connesso a questo particolare disturbo della condotta alimentare: se si pensa che  la sensazione della fame non è solo innata, ma è acquisita nel corso della crescita e quindi regolata dall’esperienza, è probabile che qualcosa,nello sviluppo del bambino, abbia determinato un processo particolare riguardo all’apprendimento delle modalità relative alla nutrizione.

È possibile quindi che il modo in cui il bambino apprende a nutrirsi, le risposte dell’ambiente esterno a questo bisogno primario in termini di riconoscimento e soddisfacimento delle esigenze nutritive del bambino, possano aver un peso consistente nell’insorgenza di questo fenomeno.


Questo potrebbe portare all’instaurarsi di un deficit funzionale non organico per cui, anche in presenza di un’attivazione fisiologica connessa all’appetito (per esempio le contrazioni gastriche da fame), l’anoressica neghi a se stessa e al mondo esterno, di provare la necessità di nutrirsi.

anoressia5

Nel 1891 Sollier, consapevole di questa sfumatura concettuale importante non presente nel termine “anoressia”, coniò la parola “Sitieirgia” che etimologicamente coglie il pensiero sottostante al comportamento anoressico, ovvero il rifiuto del cibo, in quanto proviene da σίτος (cibo) ed είργειν (tenere lontano). Infatti il pensiero del cibo è costante, tanto che frequentemente le persone affette da anoressia sognano di mangiare, sono spesso affamate ma si privano drasticamente di questa possibilità per paura di ingrassare.

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L’Anoressia nella storia

La letteratura religiosa ci parla di sante vissute in epoca medievale che, in base alle attuali conoscenze psichiatriche, potrebbero rientrare nella categoria di persone affette da sintomi di tipo anoressico, conosciute oggi come le “sante anoressiche”.

La componente mistico-religiosa che alimentava lo spirito di queste donne consacrate a Dio, si manifestava attraverso una tenace mortificazione della carne e dei suoi bisogni, dal puro nutrimento al piacere sessuale, pertanto cercavano di modellare il proprio corpo annullando qualsiasi riferimento alla propria femminilità, riducendone la formosità attraverso il digiuno che avrebbe portato conseguentemente a tutta una serie di sintomi tra cui anche amenorrea (assenza di mestruazioni) e lanugo (presenza su tutto il corpo di peluria).

anoressia6La condizione asessuata in cui le persone anoressiche desiderano rispecchiarsi testimonia la loro convinzione di elevazione rispetto ad un mondo debole e schiavo delle passioni da cui esse prendono superbamente distanza e da cui desiderano essere libere, perseguendo un ideale di purezza che ha tanto più valore quanto più è grande il sacrificio con cui lo raggiungono: indice e metro di giudizio del proprio valore personale e della propria autonomia.

Il digiuno simboleggiava la negazione accanita della materialità e dei piaceri ad essa connessi e raggiungere la morte attraverso l’inedia permetteva di sacrificarsi a Dio nella ricerca della purezza e nella dimostrazione di una indiscutibile e incorruttibile devozione.
Donne dotate di una ferrea volontà, testarde e superbe, queste erano per esempio Giovanna D’Arco; Santa Caterina da Siena; Santa Chiara D’Assisi….delle quali le storie e le leggende narrano che contrstavano eserciti e influenzavano papi e governanti.

In epoca medievale il digiuno era una pratica esaltata proprio per il suo valore religioso e allora esistevano “ragazze miracolose” che si diceva digiunassero da anni e che attiravano folle di curiosi disposte a pagare un biglietto per assistere allo spettacolo.

Oppure si esibivano  nei circhi e nelle fiere “artisti della fame”, digiunatori di professione che esponevano al pubblico i risultati della loro tenacia misurabile in magrezza.

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 Criteri diagnostici per l'Anoressia Nervosa secondo il DSM IV

Attualmente, per diagnosticare l’anoressia, si fa riferimento ai criteri indicati nel DSM-IV, ovvero il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, pertanto l’anoressia è definita da :

A. Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l'età e la statura (per es. perdita di peso che porta a mantenere il peso corporeo al di sotto dell'85% di quello atteso, oppure in età evolutiva mancanza dell’aumento di peso previsto, con la conseguenza che il peso corporeo rimane al di sotto dell'85% rispetto a quanto previsto).

B. Intensa paura di acquistare peso o di ingrassare, anche quando si è sottopeso.

C. Alterazione del modo di sentire il peso o le forme del proprio corpo, influenza indebita del peso e delle forme del corpo sulla valutazione di sè, o rifiuto di ammettere la gravità della condizione attuale  di sottopeso.

D. Nelle donne che hanno avuto il  menarca, amenorrea, cioè assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi. (Una donna viene considerata amenorroica se i suoi cicli si manifestano solo a seguito di somministrazione di ormoni, per es. estrogeni.)

Può essere con o senza abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi):


Tipo restrittivo: nell'episodio attuale di Anoressia Nervosa il soggetto non ha presentato regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi).

Tipo bulimico: nell'episodio attuale di Anoressia Nervosa il soggetto ha presentato regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi).


Altre caratteristiche del disturbo, non menzionate nel DSM-IV

- Perdere peso equivale ad una conquista indice di forte disciplina, al contrario, ingrassare rappresenta una  perdita di controllo che non può essere accettata

- Spesso nega le conseguenze sul piano della salute

- Prova disagio a mangiare in pubblico

-Tende a nascondere il suo comportamento per evitare la disapprovazione degli altri

- Mangia da sola e lentamente, interrompendosi appena sente la pancia gonfia

- A volte assume bevande calde tra un pasto e l'altro per attutire la fame


Anoressia e psicologia del paziente

Le forme cliniche in cui si manifesta l’anoressia sono svariate ma, al giorno d’oggi, se ne individuano quattro in particolare, raggruppate a seconda della prevalenza di alcune caratteristiche dominanti nella personalità delle pazienti:

1)SOMATOFORME:l’esordio è caratterizzato spesso da episodi di soffocamento durante l’ingestione di cibo. Questa modalità ha una valenza comunicativa verso l’ambiente esterno da cui si desiderano cure e attenzioni e tesa all’elusione di impegni e responsabilità che la paziente non si sente in grado di affrontare.

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anoressia 42)FOBICO-OSSESSIVA: l’attenzione è focalizzata sulla quantità e la qualità del cibo da mangiare, sul conteggio delle calorie, sul rituale che accompagna la nutrizione, sul peso e sulla forma corporea e le conseguenti accurate misurazioni di peso e dimensioni. Molti di questi rituali bloccano e coinvolgono altri familiari, scandendo i ritmi e la quotidianità dell’intera famiglia.

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3)DEPRESSIVA:una pervasiva sensazione di insicurezza, sensi di colpa e inefficienza che impediscono di rapportarsi al cibo con piacere.

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4)PSICOTICA:  il cibo rappresenta un elemento persecutorio in grado di influenzare o danneggiare, spesso gestito da una voce interna che ne proibisce l’assunzione.

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Insorgenza dell’Anoressia

La malattia insorge prevalentemente tra i 12 e i 18 anni, ma l’età d’esordio tende a salire, comunque non oltre i 35 . L’insorgenza postuma è piuttosto rara. Essa può sopravvenire dopo un lutto, una separazione, la rottura di un equilibrio familiare, dopo il matrimonio o in seguito alla prima gravidanza ma è rara dopo la menopausa.

L’anoressia si presenta più facilmente in famiglie in cui siano già presenti disturbi alimentari da parte di altri componenti . Questo fa supporre che in parte possa essere una condotta appresa, in parte possa essere una predisposizione genetica, visto che il tasso di concordanza per le anoressiche gemelle omozigoti è più elevato che per le gemelle dizigoti.

Questo disturbo è particolarmente diffuso in alcune professioni centrate sul corpo come le indossatrici, le ballerine, le sportive ma si pensa anche che tali professioni, allo stesso tempo, esercitino una grande attrazione verso le potenziali anoressiche.

È un disturbo in rapido aumento e appannaggio solo dei paesi economicamente più sviluppati. Mentre prima coinvolgeva le classi sociali più elevate, ora invece è abbastanza omogeneo e colpisce tutti gli strati culturali. Si pensa che, nelle classi meno abbienti, denoti un profondo senso di inadeguatezza da parte di quei giovani che fanno di tutto per equipararsi ad uno standard sociale da cui si sentono esclusi.

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Anoressia e controllo

Una componente fondamentale della personalità anoressica è il bisogno di controllo verso se stessa e, di conseguenza,  verso il mondo che la circonda. A sua volta il tema del controllo è legato ad altri tre aspetti centrali nella patologia:

1)Il CORPO
2)IL PIACERE
3)L’AUTONOMIA

Queste tre componenti sono intrinsecamente legate e, controllarle, equivale ad avere potere su se stessi e dare valore ad una propria identità autocostruita attraverso la rinuncia ai legami della materialità per mezzo di una gratificante disciplina.

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1)il corpo

In adolescenza il corpo comincia a comunicarci un cambiamento a cui spesso l’adolescente non è pronto a rispondere e non si sente in grado di affrontare.

La pubertà femminile nello specifico è accompagnata da un rapido aumento ponderale, la comparsa del menarca, le forme diventano più pronunciate e il mondo circostante comincia a manifestare delle nuove attenzioni rivolte ai segni una sessualità nascente.

 anoressia3L’anoressica comincia allora a negare questo cambiamento sperimentando un forte senso di estraneità per il corpo attuale e aspirando ad una condizione asessuata come costruzione di una nuova identità che, oltre ad essere un atto di contestazione verso le aspettative altrui e verso il naturale cambiamento fisiologico, costituisce una ribellione alla dipendenza insita nell’accettazione della propria condizione di donna, intesa come dipendenza affettiva, dipendenza dal corpo della donna che seduce, che reca piacere all’uomo, che procrea….Dimostra in questo modo di avere potere anche sulla natura che la vorrebbe donna e che invece, grazie all’opposizione tenace che l’anoressica agisce, non riesce a fare il suo corso.
Questo esasperato controllo si traduce allora in senso di onnipotenza e ascensione ad una condizione svincolata dagli obblighi del terreno vivere (di nutrirsi, di riposarsi, di riprodursi...).

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2)il piacere

La possibilità di sperimentare piacere è percepita dall’anoressica come un segno di debolezza che deprezza il proprio valore personale e crea dipendenza. Allo stesso tempo ogni qualvolta ella sperimenta una forma di piacere deve immediatamente espiare a causa di sensi di colpa insopportabili che possono essere neutralizzati solo da un successivo gesto catartico (le condotte di eliminazione nell’anoressia di tipo bulimico).

Provare piacere depotenzia, intacca il proprio senso di potere e, per questo, è proibito in quanto rischia di frammentare l’identità sacrificale che l’anoressica si costruisce. Non a caso per diagnosticare l’anoressia maschile, la presenza del calo del desiderio sessuale nei maschi è considerato l’equivalente dell’amenorrea nelle femmine.

3)l’autonomia

Spesso l’anoressica percepisce l’ambiente circostante, soprattutto quello familiare, come prepotente ed intrusivo pertanto cerca di contrastarlo rifiutando di essere nutrita passivamente. Il proprio corpo che cresce e che cambia è il simbolo della recettività passiva con cui si accetterebbe l’intrusione e il controllo da parte di un ambiente che la persona affetta da anoressia ha sperimentato come manipolatorio e ambivalente. L’unica possibilità che l’anoressica ha di assaporare la propria autonomia e il proprio senso del sé è nel rifiuto del cibo che implica il controllo sul cambiamento e sulla propria identità.

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Conseguenze organiche dell’Anoressia

L’aspetto delle anoressiche risente delle alterazioni metaboliche, endocrine e organiche conseguenti al malfunzionamento del comportamento nutritivo, pertanto spesso presentano
-ossa prominenti
-occhi infossati
-pelle squamosa
-lanugo e ipertricosi
-edemi
-amenorrea
-bradicardia
-bradipnea
-ipotermia
-caduta dei capelli
-insufficienza renale
-colorito giallo, occhi cerchiati e arrossati
-alterazioni cardiache e cardiovascolari
-osteoporosi (fragilita' ossea, dentaria e delle unghie)
-demineralizzazione dei denti (i denti vengono spesso attaccati dagli acidi che sono presenti nel vomito) come nella bulimia nervosa
-perdita di sali (per es. calcio e potassio)

La tomografia assiale computerizzata (TAC) cerebrale inoltre evidenzia in circa il 50% delle pazienti “una dilatazione ventricolare e un’ accentuazione dei solchi interventricolari, configurando così una pseudoatrofia cerebrale, proporzionale all’entità del dimagrimento e spesso reversibile con la ripresa del peso” (Costa e Montecchi, 2007). In concomitanza a questo quadro clinico,  i pazienti anoressici possono manifestare problemi di ansia, depressione, disturbi del sonno, ritiro sociale.

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La terapia dell’Anoressia

La terapia, nel caso dell’anoressia, deve ricorrere a più strumenti d’intervento che vadano a toccare i molteplici aspetti connessi con questa patologia. Pertanto l’approccio terapeutico che maggiormente si presta a questo tipo di trattamento è quello sistemico-relazionale che punta ad affrontare la globalità del problema e a modificare le relazioni tra tutti i componenti del sistema familiare dal momento che il sintomo investe quotidianamente la vita familiare.

L’esperienza dei ricercatori (Costa, Montecchi,2007) suggerisce che si conseguono risultati più duraturi nel tempo avvalendosi di un trattamento ad approccio integrato che preveda contemporaneamente:

-cura farmacologica

-riabilitazione nutrizionale

-psicoterapia individuale o di gruppo

-psicoterapia relazionale della famiglia

-monitoraggio biologico-medico

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Dott.ssa Maura Santandrea

www.psicologi-roma.com

lunedì, 16.11.09

Bulimia nervosa

LA BULIMIA NERVOSA: BREVE INTRODUZIONE

La parola sembra derivare dal greco bous=bue e limos=fame, ma questa definizione tiene conto solo dell’aspetto di smodata fagocitazione di cibo e non della condotta di eliminazione dello stesso attraverso il vomito che, invece, è una componente essenziale per diagnosticare la bulimia nervosa, oltre al fatto che questi episodi di ingestione e successiva espulsione di cibo devono verificarsi almeno due volte a settimana per almeno tre mesi per parlare di vera e propria sindrome bulimica.

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Nel corso della storia ne hanno parlato diversi autori, a testimonianaza del fatto che questo tipo di condotta alimentare è sempre stata presente tra i disturbi della specie umana. Galeno ne evidenziava la “forte ingestione di cibo, collasso e pallore conseguenti”; il Talmud accenna “all’alterazione dello stato di coscienza”; Aureliano ne parla come di una “malattia cronica”. Ma per arrivare ad una definizione compiuta di tale patologia bisognerà aspettare il 1979, quando Russell la descriverà come una vera e propria sindrome all’interno dei disturbi del comportamento alimentare  o  Disturbi Alimentari Psicogeni (DAP) e come “una minacciosa variante dell’ anoressia nervosa”.

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SINTOMI SPECIFICI DELLA BULIMIA NERVOSA

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1)VORACITÀ PATOLOGICA E ABBUFFATE

bulimia..

Essa è caratterizzata da una costante voracità patologica accompagnata da eccessiva ingestione di cibo in un tempo relativamente breve, se paragonato al tempo che le altre persone impiegherebbero per consumare la stessa quantità di cibo.  È una compulsione verso la “quantità” del cibo, non verso un alimento spcifico.

Si parla pertanto di vere e proprie “abbuffate” (o binge-eating) che non consentono di concentrarsi sul gusto o sul piacere dell’appetito ma hanno lo scopo di fagocitare, in modo impulsivo e senza controllo, la più grande quantità di cibo nel minore tempo possibile e, soprattutto, in solitudine, lontano da sguardi indiscreti; per questo l’episodio bulimico può essere più o meno programmato.

Le abbuffate presentano delle costanti:
-una forza incontenibile percepita dalle stesse pazienti come estranea alla volontà del soggetto

-assunzione di una enorme quantità di cibo ipercalorico (dalle 1000 alle 10000 calorie)

-assunzione di cibo spazzatura o junk-food:dal momento che la priorità di queste pazienti è quella di riempirsi nel minor tempo possibile, per loro non c’è il tempo di cucinarsi il cibo in modo tale da renderlo commestibile, pertanto divorano anche alimenti non del tutto scongelati, patatine, panetti interi di burro, merendine…..mescolando indifferentemente dolce e salato.

-la paura di non essere in grado di smettere. Infatti l’abbuffata si ferma solo quando insorgono dolori addominali, nausea o c’è il rischio di essere scoperti all’improvviso

Gli stimoli innescanti l’abbuffata sono molteplici:
senso di vergogna, colpa, disgusto, bassa autostima, fallimento percepito,frustrazione, incertezza per il futuro, una perdita interpersonale, paura delle responsabilità, sensazione di essere incompresi o non amati……

L’abbuffata bulimica porta con sé sentimenti di disgusto per se stessi, depressione, colpa e vergogna e soprattutto una componente dissociativa di depersonalizzazione descritta di seguito.

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2)SENSAZIONE DI PERDERE IL CONTROLLO E DISSOCIAZIONE

Un’altra componente centrale delle abbuffate è la sensazione di perdere il controllo con cui gli individui bulimici si ritrovano a fare i conti in modo angoscioso e doloroso.

Un altro elemento diagnostico della bulimia nervosa è la presenza di una componenete dissociativa che si manifesta durante le abbuffate o nella fase del vomito, raramente dopo. Le frasi ricorreneti pronunciate dalle persone che soffrono di bulimia nervosa sono: “Mi guardavo dall’esterno”, “ mi vedevo fare questo ma non ero io”; “non mi sentivo nel mio corpo”; “non sentivo nulla”…. e fanno ipotizzare che queste pazienti sperimentino stati di depresonalizzazione e derealizzazione connessi alla patologia

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3)CONDOTTE DI ELIMINAZIONE (IL VOMITO)

bulimia.

Ogni episodio bulimico è poi accompagnato da condotte di eliminazione, come ad esempio il vomito, a carattere compensatorio, per neutralizzare gli effetti dell’abbuffata e controllare il peso.

Il controllo del peso è una tematica verso la quale le persone bulimiche sono eccessivamente sensibili in quanto, la rigidità delle regole che si autoimpongono in merito alla condotta alimentare, ha come unico scopo proprio quello di evitare l’aumento ponderale.

I modi per procurarsi il vomito sono molteplici:dall’introduzione delle dita in gola, fino all’intera mano che arriva quasi all’esofago. Alcune fanno incetta di sostanze liquide o grandi quantità di latte e acqua per facilitare il successivo svuotamento. Altre ancora hanno talmente tanta esperienza nelle azioni di svuotamento che riescono ad attuarlo grazie solo a specifici atti respiratori o movimenti addominali.

Le pratiche di eliminazione spesso lasciano dei segni visibili nell’aspetto delle pazienti bulimiche e, a volte, sono gli unici indizi che consentono di intravedere una patologia sottostante che, altrimenti, resterebbe nascosta ad un occhio esterno, dal momento che si tratta di soggetti che, per la maggior parte dei casi, riescono a camuffare alla perfezione il loro malessere, apparendo al di fuori come perfettamente integrate. Questi segni inconfondibili sono:

-la presenza di un piccolo callo sulla parte dorsale della mano all’altezza del primo metacarpo dovuta alla sfregamento cronico di questa parte contro i denti

- perdita dello smalto dentale, specialmente a livello delle superfici linguali dei denti incisivi che appaiono  scheggiati e danneggiati. Inoltre sono più predisposti alla formazione di carie.

- la cospicua attività delle ghiandole salivari porta ad un ingrossamento delle parotidi visibile ad occhio nudo.

La pratica di espulsione del cibo spesso è accompagnata da una piacevole sensazione di svuotamento e liberazione catartica, come una sorta di purificazione in grado di provocare una calma interiore agognata.

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4)OSSESSIONE PER IL PROPRIO PESO

bulimia bilancia

L’ossessione di tenere sotto controllo il proprio peso pervade ogni ambito della loro giornata. Concentrarsi sulla stabilizzazione del proprio peso corporeo e dare un’immagine di sé socialmente ed esteticamente inemendabile, permette loro di valutarsi positivamente e alimentare favorevolemnte la propria autostima.

Oltre alle pratiche di eliminazione del cibo finalizzate a controbilanciare le abbuffate, queste pazienti controllano il proprio stato ponderale anche attraverso digiuni estenuanti ed esercizio fisico massacrante.

5)ASTENSIONE DAI PASTI REGOLARI

bulimia

Esse evitano i pasti quotidiani imponendosi regole molto ferree in merito ma poi, questa spietata astensione, conduce inevitabilmente a trasgressioni che sono tanto più intense quanto più è rigido il comportamento di evitamento dei pasti regolari. Spesso gli  individui bulimici saltano questi pasti proprio per paura di non potersi più fermare una volta cominciato a mangiare e ciò sarebbe imperdonabile ai loro occhi, soprattutto se dovesse accadere in pubblico o in circostanze in cui potrebbero essere facilmente scoperti.

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CRITERI DIAGNOSTICI DEL DSM-IV-TR.

I seguenti criteri diagnostici presenti nel DSM-IV-TR riassumono in modo più schematico quanto detto finora:



A.Ricorrenti abbuffate. Un’ abbuffata è caratterizzata da entrambi le condizioni seguenti:

1)mangiare in un definito periodo di tempo (ad es. un periodo di due ore), una quantità di cibo significativamente maggiore di quello che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili.

2)sensazione di perdere il controllo durante l'episodio (ad es. sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare cosa e quanto si sta mangiando).

B.Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l'aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici, enteroclismi o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo.

C.Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano entrambe in media almeno due volte alla settimana, per tre mesi.

D.I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporei.

E.L'alterazione non si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di Anoressia Nervosa.

Sottotipi:

Con Condotte di Eliminazione: nell'episodio attuale di Bulimia Nervosa il soggetto ha presentato regolarmente vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi.

Senza Condotte di Eliminazione: nell'episodio attuale il soggetto ha utilizzato regolarmente altri comportamenti compensatori inappropriati, quali il digiuno o l'esercizio fisico eccessivo, ma non si dedica regolarmente al vomito autoindotto o all'uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi.



EPIDEMIOLOGIA:distribuzione e frequenza della Bulimia nella popolazione

Questa sindrome risulta essere molto complessa rispetto agli altri disturbi della condotta alimentare infatti subisce veloci modificazioni nel corso del tempo arricchendosi di nuove varianti e dilagando sempre più rapidamente tra la popolazione.

Fino a qualche decennio fa, questo disturbo risultava essere assente tra le popolazioni orientali e latino americane mentre ora i casi sono aumentati vorticosamente.
Durante gli anni  è stata sottovalutata dagli stessi ricercatori, ingannati forse dal fatto che la bulimia nervosa nasconde in sé l’arma di poter apparire invisibile proprio perché chi ne è affetto, nella stragrande maggioranza dei casi, sembrerebbe all’apparenza insospettabile.

La Bulimia nervosa insorge generalmente in adolescenza e, come nel caso dell’ anoressia nervosa, interessa prevalentemente il sesso femminile, mentre coinvolge il genere maschile solo per il  10 o 15 %, ma queste stime sono in rapido aumento in tutto il mondo. Oggi i casi di bulimia nervosa sono il triplo rispetto a quelli di anoressia e, mentre la percentuale di casi di anoressia rimane stabile nel tempo, ciò non accade per la bulimia che è destinata a crescere.

Si stima che dall’1 al 3 % delle giovani donne (stime USA n.d.t.) soffra di bulimia contro lo 0,5 / 1 % di quelle che presentano anoressia nervosaSembra anche che la bulimia nervosa investa una gran parte di donne (circa il 50%) che, in passato, soffriva di anoressia nervosa e che, con l’aumentare dell’età, riduce la propria capacità di controllo serrato sulle proprie condotte alimentari pertanto risulta loro sempre più difficile continuare ad adottare l’atteggiamento restrittivo di evitamneto costante del cibo.
Risulta anche che circa il 40% delle universitarie abbia manifestato sintomi di abbuffate o condotte di liberazione.

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LA PERSONALITà DEGLI INDIVIDUI BULIMICI

lacrime

Un tratto comune di chi soffre di bulimia nervosa è la tendenza a cedere all’impulsività e l’incapacità di negoziare all’interno delle relazioni, ma tra queste pazienti esistono due grandi tipologie.

1)Coloro che riescono a mantenere una facciata di benessere, che appaiono come ragazze di bell’aspetto, con una linea invidiabile, che hanno successo nelle relazioni e nel lavoro, ispirate ad un ideale di perfezionismo che cela invece una grande sofferenza interna, a volte svelata da una sintomatologia di tipo depressivo.

2)Coloro che invece sono descritte come “multiimpulsive”, ovvero con un quadro clinico arricchito da altri disturbi comportamentali come instabilità dell’umore, dipendenza o abuso di sostanze o alcool, gesti autolesionistici, disinibizione e promiscuità sessuale. Esse appaiono con un compromesso funzionamento sociale, mal inserite nei contesti lavorativi e affettivi.

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PROBLEMI ASSOCIATI ALLA BULIMIA NERVOSA

bulimia...

Spesso questo disturbo del comportamento alimentare viene accompagnato da altre condotte ugualmente problematiche come ad esempio:

1)Uno stato di labilità ed incostanza emotiva dovute ad uno scarso controllo emotivo

2)Comportamenti autolesivi e, in casi rari ed estremi, tentativi di suicidio

3)Furti nei negozi, spesso legati alla frenesia di procacciarsi il cibo e comportamenti cleptomanici di vario tipo

4) Dipendenza/abuso di alcool

5) Ridotto controllo degli impulsi che investe svariati ambiti della vita della persona, da quello affettivo a quello lavorativo

Le pazienti bulimiche  possono manifestare anche disturbi del sonno, ritiro sociale,ansia, depressione, .

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IL RAPPORTO CON IL CORPO

bulimia misure

Il rapporto che queste pazienti hanno con il proprio corpo è incentrato sul disprezzo e maltrattamento del loro organismo che le distingue dalle pazienti anoressiche che pensano di sacrificarsi eroicamentesi nel tentativo, da loro percepito, di innalzare il proprio corpo nella bramosia di assurgere alla perfezione.

Entrambe le patologie prevedono dei comportamenti estremi e discutibili ma, nel caso della bulimia nervosa, l’intento di martoriare il proprio corpo risulta essere più evidente.
Spesso le bulimiche erano in passato delle bambine obese con genitori preoccupati per il fatto che i figli fossero più grassottelli degli altri coetanei.

Alcune ricerche attestano inoltre che circa l’80% degli abusi perpetrati a danno dei bambini, sono seguiti da bulimia. In questi casi, si tratta di bambini che o sono stati maltrattati e abusati, o non hanno ricevuto sostegno dalle proprie figure affettive di riferimento e hanno sviluppato, come sintomo secondario, una sindrome bulimica.

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CONSEGUENZE ORGANICHE DELLA BULIMIA NERVOSA

Le condotte alimentari perpetrate dalle pazienti bulimiche ai danni del proprio corpo per controllare il proprio peso, ovvero le abbuffate, il vomito e l’utilizzo di lassativi, possono causare gravi conseguenze all’organismo, soprattutto se ripetute nel tempo.

Le abbuffate possono causare:
-Disturbi mestruali
-Disturbi endocrini
-Dilatazione acuta e rischio di rottura dello stomaco
-Rigonfiamento delle parotidi…..

Il vomito frequente può causare:
-Disidratazione
-Complicazioni renali
-Rischio di colasso cardio-circolatorio
-Lacerazione dell’esofago
-Reflusso gastrointestinale ed esofagite
-Emorragie di provenienza esofagea o gastrica….

L’abuso di lassativi può causare:
-Disturbi del ritmo cardiaco
-Disidratazione
-Danni renali
-Diarrea
-Letargia
-Emorragie anali e rettali….

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LA TERAPIA

La terapia sistemico-relazionale tende a considerare i diversi aspetti del contesto in cui la paziente è inserita, soprattutto se si tratta di adolescenti o giovani donne in quanto lavorare insieme a tuti componenti della famiglia può rivelarsi di grande utilità. Questa condotta alimentare potrebbe avere una valenza comunicativa rispetto a relazioni interpersonali vissute dalla paziente, o da altri componenti del sistema, come problematiche.

La psicoterapia sistemico-relazionale, per i casi di bulimia nervosa, diventa un percorso fortemente esperenziale finalizzato a ricostruire i contorni del Sé dei pazienti in un lavoro congiunto che coinvolge tutti i componenti del sistema che si trova in terapia, terapeuti compresi. La terapia aiuta la persona a demarcare più chiaramente i propri confini personali attraverso un complesso processo di definizione finalizzato al recupero di una sana autostima e valorizzazione delle proprie risorse.

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Dott.ssa Maura Santandrea

www.psicologi-roma.com

Autore: dott-ssa-santandrea Categoria: Bulimia nervosa Ore: 01:36 Commenta

lunedì, 02.11.09

L'adolescenza e i suoi problemi


L’adolescenza è un momento di vita unico e irripetibile, dove l’individuo è bombardato da una così grande quantità di richieste e di stimoli da parte del mondo esterno che parlare di un’unica adolescenza e dei suoi tratti caratteristici non è possibile, risulta difficile infatti inquadrare  rigidamente questa fase del ciclo vitale a causa delle mille peculiarità relative alle differenze sociali, di genere ed individuali.
È possibile tuttavia evidenziare delle tendenze di comportamenti ed atteggiamenti che presuppongono uno sviluppo personale nuovo rispetto alle fasi precedenti.

 

TRA BAMBINO E ADULTO

Spesso si sente dire che “l’adolescente non è ne carne né pesce…” ad indicare che non è più bambino ma non è nemmeno ancora adulto. Effettivamente non appartiene a nessuna delle due macro-categorie, valenti in tutto il mondo animale: cucciolo e adulto.

A livello intrapsichico, mentre il bambino presenta una struttura mentale rivolta all’esplorazione del mondo esteriore, e le sue curiosità si soddisfano per la maggior parte nel presente e nel concreto,  l’adolescente, invece, è ora capace di concentrarsi sulla sua vita interiore. Il reale diventa possibile, gli orizzonti si allargano e nello stesso tempo il certo diventa incerto,  questo fa sì che gli interrogativi a cui dar risposta siano molti ed urgenti.

La percezione del mondo adulto che sino a quel momento era stata fonte di sicurezza e di appoggio, trova nuove valenze. Il ragazzo comincia   a percepiore alcuni comportamenti dei genitori come lacunosi  e comincia a pensare che non hanno tutte le risposte. Quelle che prima erano le figure di riferimento, ora invece diventano figure da confutare e mettere in discussione.

L’adolescente ha l’esigenza di mettere in discussione tutto e tutti. Spesso vive il rapporto con gli adulti in modo competitivo: critica i loro comportamenti, sente che lui farà scelte diverse e migliori. Gli adulti possono cominciare ad essere visti come detentori di potere, coloro che impongono regole scomode e faticose.

 

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LO SVILUPPO FISICO

I cambiamenti fisici hanno rilevanza ad ogni età. Ci basti pensare alla signora che scorge la prima ruga o al bambino un po’ goffo che ancora non sa gestire il suo nuovo grande corpo. Durante questa fase i cambiamenti sono molto rapidi e vistosi, quindi fortemente risonanti nell’adolescente. La sensazione sperimentata dal  ragazzo è quella di perdere un importante schema di riferimento presente fino a quel momento. 
Gli aspetti maggiormente visibili sono l’altezza, il peso, la dimensione di certe parti del corpo, le proporzioni. Questi sono strettamente correlati alla questione del confronto con i coetanei e possono influire sull’autostima.


Il fatto di essere precoce o tardivo nel proprio svuluppo fisico ha un suo peso nella formazione della personalità. Come accade anche nel restante regno animale, i maschi più sviluppati (soprattutto relativamente alla comparsa dei caratteri sessuali secondari) e più forti, risultano spesso più popolari e meglio integrati nell’ambiente, elementi che hanno dei risvolti sociali tendenti a potenziare l’autostima e la sicurezza personale.

I ragazzi con sembianze che ricordano ancora fortemente la fase precedente, ovvero glabri, con scarso tono muscolare, con un look infantile…, possono invece essere presi di mira e rischiare di diventare vittime di bullismo nel contesto scolastico e amicale.

È probabile che non sia tanto l’amico ad essere rifiutato quanto invece il fatto di rivedere in lui la propria fase precedente, a causa di un complesso fenomeno di rispecchiamento. In ogni caso il diverso ritmo di crescita rischia di relegare il ragazzo in una posizione di subordinazione psicologica che potrebbe divenire tratto stabile della sua personalità.


Nel caso delle ragazze il fenomeno è per certi versi opposto. Lo sviluppo precoce rappresenta la condizione “pericolosa e da evitare”, per la quale l’atteggiamento del mondo adulto, nonché dei compagni maschi, cambia. A volte le ragazze vengono trattate da giovani donne, quando lo sviluppo emotivo correlato a questo nuovo status è ben lontano dall’essere compiuto. Spesso per loro è molto più desiderabile rimanere nella fase di preadolescente che è fonte di sicurezza, che rientra in un mondo già conosciuto e non prevede tutti questi risvolti relazionali nuovi, imbarazzanti e carichi di fantasie.  A volte succede che l’obiettivo di “bloccare la crescita” sia perseguito così intensamente dalle ragazze da tentare qualsiasi strada, anche quella di ridurre le proprie forme, quasi annullandole, nascondendole,  attraverso condotte alimentari che rischiuano di diventare pericolose o assumendo atteggiamenti “da maschiaccio” per rifiutare l’evoluzione del proprio corpo verso forme più pronunciate e femminili..
 

 

LO SVILUPPO SESSUALE

Nelle ragazze
La sessualità durante l’adolescenza cambia in modo importante.
La pubertà è una fase dell'adolescenza nella quale si completa la maturazione sessuale e si evidenziano in modo definitivo i caratteri sessuali secondari.  Nelle femmine è più precoce che nei ragazzi, avviene intorno ai 10-11 anni, con la comparsa della prima mestruazione (menarca), la crescita delle mammelle, la comparsa dei peli del pube, l'arrotondamento dei fianchi e la distribuzione del grasso corporeo.


Il corpo femminile deve fare i conti con l’arrivo delle mestruazioni. Questo evento può essere vissuto con reazioni di rifiuto o negazione, la ragazza può sperimentare vissuti di vergogna  e cercare di nascondere quello che le sta succedendo, visto  come qualcosa di sporco o disonorevole. In altri casi il menarca si manifesta nel momento in cui l’adolescente ha raggiunto un grado di maturità psicologica consona e viene accolto come un segno, a volte lungamente atteso, di progresso verso la conquista dell’autonomia.

Nei ragazzi

Lo sviluppo sessuale nei maschi è più ritardato e più lungo di quello delle femmine. Esistono ampie variazioni individuali, ma in genere avviene intorno ai 12-13 anni. Uno dei primi segni è l'ingrossamento dello scroto e dei testicoli, l’aumento del pene è successivo. Appaiono peli più grossi, arricciati e sparsi sul pube, arrivano le prime eiaculazioni, compare l'acne e la traspirazione ascellare, più tardi compare la peluria facciale e il cambiamento della voce.
Molti giovani adolescenti hanno i primi contatti con la pratica della masturbazione, attività sessuale piuttosto normale a questa età, ma spesso vissuta con forte ansietà a causa di atteggiamenti sociali eccessivamente moralisti o pratiche che hanno uno scopo aggregativo in conflitto con i  valori personali del ragazzo. Oggi per esempio sembra molto diffusa tra gli adolesecnti la pratica masturbatoria via internet, veicolata da una  webcam, all’interno di alcuni social network che permettono, in modo discutibile, l’incontro con l’altro sesso o con alcuni aspetti della propria sessualità. Spesso questo fenomeno è legato anche al disturbo da dipendenza da internet.

Durante questa fase del ciclo vitale cambia anche l’incontro con l’altro sesso, evento capace di scatenare ansie e timori; non è infrequente la paura di essere rifiutati. L’esperienza eterosessuale in alcuni casi può costituire una dolorosa delusione. Essa può essere vissuta come una semplice soddisfazione fisica non accompagnata da fiducia e tenerezza e potrebbe generare delusione anziché integrare. Quando ciò accade, tende a  rafforzare la dipendenza dal gruppo di compagni dello stesso sesso. In altre parole l’attaccamento a persone dello stesso sesso funge a protezione contro la paventata intimità eterosessuale.

 

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LO SVILUPPO INTELLETTUALE

In questo periodo avvengono importanti modificazioni anche sul piano del funzionamento mentale. Secondo Piaget, nell’arco di tempo compreso tra gli 11 e i 14 anni, si verificano dei progressi nello sviluppo intellettuale tali da mutare il pensiero concreto, proprio della fanciullezza, in pensiero ipotetico-deduttivo cioè astratto, proprio della mentalità adulta.

Questo significa che il ragazzo impara a tener conto non solo delle situazioni e degli avvenimenti direttamente percepibili, ma anche di quelli possibili.
Il gusto dell’adolescente per l’introspezione, la sua propensione alla discussione, la tendenza a costruire o ad accettare entusiasticamente ideologie innovatrici, corrispondono alla maturata capacità di operare anche su dati espressivi e linguistici.
A differenza del bambino, l’adolescente non si limita ad accettare nozioni e relazioni che gli vengono offerte dal suo ambiente familiare e dal mondo adulto più in generale, ma elabora, mette in discussione, guarda al possibile. 
 

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L’ADOLESCENTE E IL GRUPPO

 Il gruppo si costituisce nell’adolescenza come uno spazio di confronto e rispecchiamento, con sue regole specifiche spesso in opposizione a quelle del mondo degli adulti, di grande importanza  per l’equilibrio ed il benessere personale.
Possiamo idealmente suddividere in due fasi il modo di relazionarsi con il gruppo da parte dell’adolescente:


- la prima fase, che si stabilizza all’incirca tra gli 10 e 14 anni, vede la costruzione di gruppi omosessuali nel senso che  l’altro, dello stesso sesso, rappresenta lo specchio di sé. Il ragazzo si identifica nel gruppo e il gruppo rappresenta la  proiezione di quello che sente di essere. L’essere parte del gruppo aiuta a superare le angosce relative alla propria identità sessuale attraverso una chiara distinzione dei sessi. All’altro gruppo, costituito da individui di sesso opposto, si tende ad attribuire caratteristiche negative o indesiderabili, quasi con atteggiamento paranoide.


- la seconda fase è quella del gruppo adolescenziale eterosessuale. Si tratta generalmente di un gruppo sano e sicuro, dove ognuno si sente libero di esprimere anche alcuni aspetti caratteristici della propria personalità perché comunque condivide con gli altri dei valori comuni e aggrganti. Il soggetto, all’interno del gruppo, si sente abbastanza protetto da poter fare l’esperienza della sofferenza maturativa dovuta all’incotro con la diversità e alle frustrazioni da essa derivanti, frustrazioni che spesso conducono a stati depressivi che, se adeguati, rientrano nel processo sano di crescita. Ma dal momento che il gruppo rappresenta un elemento così importante nella vita di un giovane, cosa succede di fronte ad un rifiuto? A volte il ragazzo non si sente ben inserito o accettato all’interno del gruppo di pari, in questi casi possono svilupparsi disagi e disturbi più o meno seri che potrebbero portare a stati d’ansia specifici come l’ ansia sociale.


 

ALCUNI  ESITI DEL PROCESSO ADOLESCENZIALE

Ogni individuo si pone di fronte alle dinamiche adolescenziali in modo unico e personale. Di conseguenza ogni adolescenza è un fenomeno esclusivo ed irripetibile. Esistono tuttavia dei casi ricorrenti, che posiamo così riassumere:
-parliamo di Adolescenza adeguata quando il processo di crescita pone il ragazzo di fronte ad un livello di stress che riesce a tollerare. Nonostante il cambiamento sia comunque faticoso e lento, malgrado siano presenti momenti in cui si avverte il bisogno di tornare indietro, ad uno stadio di vita precedente e ben conosciuto, non si evidenziano problematiche particolari. Si tratta di ragazzi che, se messi di fronte ad una difficoltà, chiedono aiuto in maniera spontanea.

- Adolescenza ritardata:  si tratta di una condizione molto frequente. Il soggetto non abbandona le strategie, le difese e le modalità comunicative della fase precedente. In genere questi ragazzi appartengono a famiglie mediamente benestanti , portano avanti i loro studi, intraprendono carriere già avviate in famiglia, sposano persone accettate dai genitori e riproducono il modello familiare. Spesso verso i 30 anni, al primo impatto con la realtà, si trovano a fare i conti con la propria adolescenza.

Adolescenza prolungata:  è meno frequente delle altre tipologie. In questi casi si ha un arresto alla fase maturativa dell’adolescenza. Parliamo di giovani che cercano di evitare scelte definitive, sono spesso eterni studenti, che sul piano dell’autoaffermazione hanno progetti grandiosi. Diventare adulto significa, per questa categoria più che mai, scegliere una strada e dover rinunciare a poter vivere qualsiasi futuro.

Adolescenza sacrificata:  per motivi diversi, questi adolescenti non possono disporre del tempo necessario da dedicare alla formazione della loro personalità. Rientrano in questa categoria i ragazzi che si imbarcano precocemente nel mondo del lavoro e quelli che sostengono ruoli di tipo genitoriale all’interno della famiglia d’origine.

Adolescenza dissociale:  si tratta di un esito preoccupante che è spesso in stretta correlazione con le dinamiche del bullismo. Parliamo di adolescenti che sono rimasti ancorati ad aspetti primitivi del loro sviluppo. Tendono ad auto-idealizzarsi e provano spesso piacere nell’infliggere agli altri pene e dolore. Sono ragazzi che amano manipolare il  mondo secondo i propri disegni.

Adolescenza dipendente: in questa categoria rientrano talmente tante dipendenze che spesso è difficile parlare di tratti comuni. Tra le più frequenti la dipendenza da alcol, quella da sostanze, la dipendenza affettiva, il gioco d’azzardo, e la dipendenza da internet, nata recentemente ma già così diffusa da destare grandi preoccupazioni sociali. In tutti questi casi è presente un bisogno continuo di vicinanza rispetto alla fonte di dipendenza, spesso esiste una sottocultura più o meno vasta di individui che palesano gli stessi bisogni che genera un senso di appartenenza e di identità. Nello stesso tempo si crea un forte distacco dalle dinamiche reali a volte dolorose o scomode che permette al ragazzo di sentirsi protetto e al riparo da tutto.

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Dott.ssa Isabella Biondi

www.psicologi-roma.com 

Autore: dott-ssa-santandrea Categoria: Adolescenza e problemi Ore: 15:46 Commenta

domenica, 11.10.09

Dipendenza affettiva o love addiction

LA DIPENDENZA

dipendenza affettiva 1Quando si parla di dipendenza, si intende uno stato psicologico a causa del quale la persona non riesce più a controllare alcuni comportamenti divenuti abitudinari .

In questa breve definizione di dipendenza emergono già alcuni aspetti importanti della condizione mentale di cui ci accingiamo a parlare:

1) la dimensione del controllo, che in questo caso diventa “perdita di controllo o incapacità a controllare un nostro comportamento”

2) la conseguente sensazione di impotenza sperimentata nel constatare che non abbiamo potere sulle nostre azioni

3) l’abitudine che alimenta e rafforza il comportamento disadattivo.

 

LA DIPENDENZA AFFETTIVA

Pertanto la  dipendenza affettiva, definita anche “love addiction”, implica le dinamiche psicologiche  descritte sopra, ma all’interno di una relazione con una persona significativa e non con una sostanza o con una cosa come nel caso della tossicodipendenza, della dipendenza da internet, dal gioco….come nelle più comuni dipendenze.

Una quota di dipendenza sussiste in qualsiasi relazione e, se limitata, è utile all’instaurarsi del rapporto in quanto è  necessaria all’essere umano per ottenere conferme, sostegno, conforto, empatia e scambio ma, la dipendenza affettiva propriamente detta, assume delle forme così totalizzanti da danneggiare se stessi e la relazione in corso, fino a diventare una vera e propria patologia.

Proprio questa peculiarità, ovvero riferirsi alla relazione con un altro essere umano, ha determinato il suo tardo ingresso nella categoria dei disturbi relazionali, in quanto difficile da riconoscere come un comportamento problematico.

L’aspetto di forte dipendenza dal partner è comprensibile nella fase del corteggiamento e dell’innamoramento, in quanto dipendere dalle  conferme da parte dell’altro e aspirare ad un amore quasi fusionale  è in parte fisiologico e utile alla nascita del legame, ma questi comportamenti diventano disfunzionali se perdurano nel tempo.

 

DIPENDENZA AFFETTIVA E ASSENZA DI RECIPROCITÀ

dipendenza affettivaNella dipendenza affettiva, il partner dipendente si annulla completamente per l’altro la cui esistenza, presenza e vicinanza diventa sostanziale al proprio benessere, alla percezione di essere vivi e utili.

Per tali motivi la persona dipendente si immola per l’altro, dedicandogli tutto se stesso, disconoscendo i propri bisogni evolutivi, consapevole di vivere all’interno di un rapporto in cui non esiste reciprocità, in una relazione squilibrata rispetto al “dare” e al “ricevere”, in cui l’altro può permettersi anche un atteggiamento parassitario o opportunistico, più o meno volontario,  spesso consapevole del fatto che il suo partner dipendente non si distanzierà  mai affettivamente da lui, anzi, paradossalmente, più massicce sono le richieste, più si rafforza la dimensione della dipendenza.

Accade con una certa frequenza che i due partners non siano per niente affini sentimentalmente, culturalmente, che non condividano progetti, interessi. Le priorità dell’uno a volte non corrispondono a quelle dell’altro, così come non coincidono le aspettative, i bisogni. La relazione può essere per entrambi poco gratificante, autodistruttiva e umiliante ma, nonostante la consapevolezza della scarsa qualità del rapporto, non si riesce a distaccarsi.

 

 


LA RELAZIONE D’AIUTO E IL RUOLO DI SALVATORE

Questo meccanismo relazionale spesso presuppone che il partner verso cui si prova quasi devozione e completa sottomissione, venga percepito dalla persona dipendente come una sorta di “salvatore”, la cui vicinanza va a colmare un “vuoto esistenziale e affettivo” che, senza di lui, non si intravede la possibilità di riempire.

In realtà questa forma distorta di aiuto è attuata anche dal dipendente affettivo che, frequentemente, sceglie un partner problematico, a sua volta legato a qualche altra forma di dipendenza (da droga, alcool, sesso, gioco…) e, proprio per questo motivo, crede di poterlo salvare, quasi fosse una missione. Il suo ruolo di redentore giustificherebbe l’attitudine sacrificale ad omettere le proprie esigenze, in una specie di martirio quotidiano.

 


LA CO-DIPENDENZA AFFETTIVA

Una variante di questa situazione è la co-dipendenza affettiva che presuppone che entrambi i partners mostrino dipendenza affettiva l’uno nei confronti dell’altro arrivando ad instaurare una dimensione relazionale basata sul controllo costante dello stato psichico dell’altro, come unica possibilità di dimostrare il proprio valore, la propria forza e alimentare la propria autostima.

Alcune caratteristiche tipiche di questa forma di dipendenza affettiva sono la dispersione o diffusione dell’identità, le sensazioni e vissuti di vuoto cronico, gli impulsi e compulsioni e le le distorsioni nelle distanze interpersonali.

Cermak (1986) individua quattro criteri su cui poter diagnosticare una co-dipendenza:

1. Tendenza ad investire continuamente la propria autostima nel controllo di sé e degli altri, benché vengano sperimentate conseguenze negative;

 2. Assunzione della responsabilità altrui pur di soddisfare i bisogni del partner, fino a disconoscere i propri;

3. Presenza di stati d’ansia e mancata percezione dei confini tra sé e l’altro in situazioni di intimità e di separazione;

4. Abituale coinvolgimento in relazioni con persone che presentano disturbi di personalità, dipendenze, disturbi del controllo degli impulsi o co-dipendenti.

Spesso questa patologia della relazione contribuisce al mantenimento del sintomo del partner che presenta il disturbo specifico (tossicodipendenza, disturbo alimentare….).

 

DIPENDENZA AFFETTIVA E PAURA

La paura è l’emozione dominante in questa forma di dipendenza e guida la maggior parte dei comportamenti inconsulti messi in atto. La persona dipendente vive quotidianamente sotto scacco di vari tipi di paura:

 

 1) La paura della separazione e dell’abbandono

Per farsi ben volere è disposta a fare cose spiacevoli e degradanti e, pur di stare nell’orbita dell’altro, può accettare situazioni per chiunque intollerabili (Lingiardi V., 2005),bastonando costantemente la propria dignità e la propria autostima.

Poiché è inconcepibile pensare alla propria vita senza l’altro, il dipendente fa di tutto per evitare che l’altro sfugga ma, inevitabilmente, provoca il rifiuto di quest’ultimo.                 Questo rifiuto alimenta ulteriormente il senso di inadeguatezza, la paura dell’abbandono e della solitudine. 

Queste sensazioni insopportabili rinforzano a loro volta l’attitudine a calpestare i propri bisogni, i propri spazi. Spesso il partner dipendente vive seguendo l’aspettativa irrealistica che prima o poi perseguirà il suo obiettivo di “farsi amare esattamente come vuole essere amato” e che “il compagno/a non potrà non innamorarsi di lui/lei”.

 

2) La paura del cambiamento

Non è raro che gli individui affettivamente dipendenti ristagnino per lungo tempo all’interno di queste sabbie mobili relazionali, senza progettualità, senza evolversi, crescendo molto lentamente e il minimo indispensabile perché ogni cambiamento diventa un ulteriore elemento che può sfuggire al proprio controllo, proprio come fa la persona amata.

La percezione che la propria vita si sia fermata è molto forte e frustrante e, proprio questa consapevolezza, contribuisce a fare in modo di “non lasciare la presa”, di perseverare nell’intento di farsi amare da una persona su cui hanno investito a lungo energie e speranze, smettendo di vivere e soffocando le iniziative rivolte al proprio benessere.

I vissuti emotivi dei dipendenti affettivi infatti alternano sentimenti di rabbia e rimorso a vergogna e colpa anche perché, spesso, si mostrano per quelli che non sono, rinunciando ad aspetti sostanziali della propria identità per assumere maschere che hanno il solo scopo di compiacere l’amato. Anche per questi motivi sovente sono gelosi e possessivi.

Più si impegnano a trattenere l’altro a sé e si immolano alla causa, più la posta in gioco diventa alta ed è impensabile tornare indietro o abbandonare tutto.

 

DIPENDENZA AFFETTIVA E OSSESSIONE

dipendenza affettiva 3Il pensiero dell’altro avvolge interamente la vita del dipendente affettivo che, in preda a questo pensiero intrusivo e dominante, non riesce a ritagliarsi spazi mentali e fisici personali di cui godere-

Spesso il bisogno di controllare in modo ossessivo la relazione e il partner  viene nascosto dietro un’apparente tendenza all’aiuto dell’altro.


Egli vive interamente all’ombra dell’altro, pronto a servirlo, a correre in suo aiuto, ad accontentarlo, tutte attività che assorbono tempo ed energia e non consentono di investire su se stessi. La “dose” di presenza e di tempo (per usare un termine di Giddens)  che l’altro può concedere non basta mai, quasi fosse una sostanza da cui è difficile disintossicarsi.

Quando la persona dipendente arriva alla saturazione e tenta la rottura, spesso in modo drammatico e tragico, il pensiero va subito sul partner appena lasciato e il ricordo dell’amato diventa ancora più opprimente di quanto lo fosse prima della separazione e allora, non riuscendo a sostenere il dolore della perdita e l’idea soverchiante che l’altro è lontano, la persona dipendente ritorna immediatamente sui propri passi, pronta a concedersi ed umiliarsi ancora di più per paura che l’altro, offeso dal gesto di rottura, non voglia più saperne.

Ogni tentativo di uscire dal rapporto, viene immediatamente seguito da un subitaneo pentimento e ogni ripensamento è accompagnato da vergogna e colpa.

 


DIPENDENZA AFFETTIVA E STORIA FAMILIARE

Alcune ricerche hanno evidenziato una correlazione tra l’insorgere di un comportamento di dipendenza affettiva in età adulta e alcune dinamiche familiari vissute durante l’infanzia.

Spesso le famiglie di queste persone presentano delle caratteristiche particolari:

1)impossibilità, da parte del bambino, di sperimentare il senso di sicurezza rispetto alla figura affettiva di riferimento

2)tendenza ad assumere con il partner lo stesso ruolo assunto durante l’infanzia con il genitore di riferimento, nella speranza questa volta di ottenere quelle risposte di reciprocità non avute in passato

3)provenienza da una famiglia che tendeva a trascurare i bisogni emotivi ed affettivi dei suoi componenti

4)provenienza da una famiglia che tende ad ignorare le percezioni e i sentimenti del bambino che, di conseguenza, comincia ad adattare le proprie percezioni a quelle delle figure genitoriali, perdendo la capacità di entrare in contatto con i propri stati d’animo autentici  e la fiducia nelle proprie sensazioni. Rischia così di non saper riconoscere quali situazioni affettive possano arrecare danno e quali invece no

5)ambiguità nel comportamento dei genitori che possono aver sedotto o abusato dei minori

6) alto livello di conflittualità, tensione e violenza tra i genitori o tra questi e i figli

7) genitori a loro volta dipendenti da sostanze

8) genitori  in competizione tra loro, manipolatori nei confronti del bambino con cui cercano di coalizzarsi a discapito del coniuge

9)un’esposizione nell’ambiente familiare a regole oppressive che sono state in grado di coartare un’aperta espressione dei sentimenti da parte del bambino.

 


DIPENDENZA AFFETTIVA E SINTOMI SECONDARI

dipendenza affettiva 4

Capita a volte che le persone dipendenti affettivamente, in particolare nei casi di co-dipendenza nella coppia, manifestino alcuni sintomi connessi alla loro modalità relazionale disadattava, come per esempio:

Depressione

Disturbi dell’alimentazione

Insonnia

- Abuso di sostanze

Disturbi d’ansia

- Sintomi riconducibili ad uno stato psicofisico di stress.

 


USCIRE DALLA DIPENDENZA AFFETIVA

Uscire dalla dipendenza, per quanto difficile e doloroso, non è comunque impossibile.  I percorsi terapeutici indicati consistono o nella terapia individuale o nella terapia di coppia.


Nel caso in cui entrambi i membri della coppia avvertano un disagio nella relazione e siano motivati a cercare una soluzione alla propria sofferenza, una terapia di coppia, ovvero un percorso terapeutico che li coinvolga entrambi, può risultare molto valido, oltre che per riflettere sulle premesse a cui si è ispirata la relazione, anche per ricontrattare e negoziare alcune regole fondamentali dello stare insieme o elaborare alcune nuove modalità di rintracciare il proprio benessere personale con o senza l’altro.


Una terapia individuale può aiutare la persona a trovare dei modi più rispettosi e dignitosi di relazionarsi a se stesso e alle figure affettive significative con cui si è instaurata la dipendenza affettiva, al fine soprattutto di evitare di ripetere gli stessi sbagli nelle relazioni in corso o in quelle future.


In entrambe le circostanze, l’aiuto di una terza persona esterna alla dinamica in atto, ovvero il terapeuta, può rivelarsi molto utile soprattutto perché si trova al di fuori di questo circolo vizioso.

 

DIFFERENZE TRA LA DIPENDENZA AFFETTIVA E IL DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITÀ (DPD)

Mentre chi soffre di un disturbo dipendente di personalità può manifestare atteggiamenti che denotano anche una dipendenza affettiva, non è detto invece che chi abbia un problema di dipendenza affettiva manifesti a sua volta un disturbo dipendente di personalità.


Infatti sussistono alcune specifiche differenze tra i due disturbi, soprattutto in relazione al fatto che, nei disturbi di personalità, i comportamenti disfunzionali adottati sono rigidi, cronici e investono molti ambiti dell’esistenza dell’individuo.


Spesso invece le persone che soffrono di una dipendenza affettiva riescono a mantenere un funzionamento sociale e lavorativo congruo e apparentemente normale, conseguendo anche dei successi visibili e potenzialmente gratificanti ma a cui la stessa persona non attribuisce il giusto valore proprio perché il suo scopo principale rimane sempre quello di ottenere l’amore della persona desiderata, obiettivo di fronte al quale ogni altro evento, per quanto positivo possa sembrare, perde di valore.


È pur vero che mantenere per lungo tempo questo stile di vita sacrificale e cieco ai propri successi, può contribuire ad un ritiro sociale e ad un atteggiamento di chiusura verso l’esterno che, con grande probabilità, minacceranno anche quegli ambiti di vita in cui, in passato, la persona aveva controllo su se stessa e sugli eventi, arrivando pertanto alla stessa situazione cronicizzata di coloro che soffrono di un disturbo dipendente di personalità.

 

 

IL DISTURBO DI PERSONALITÀ : DEFINIZIONE

Quando parliamo di disturbo di personalità, ci riferiamo ad una “modalità di esperienza interna e di comportamento che si discosta in modo marcato dalle aspettative della cultura dell’individuo e che si manifesta in due o più delle seguenti aree: cognitività, affettività, funzionamento interpersonale, controllo degli impulsi”(Lingiardi, 2001).


Affinchè venga diagnosticato un disturbo dipendente di personalità, questo stile di vita dovrebbe presentarsi come persistente e intrudere in un’ampia gamma di situazioni sociali e personali, compromettere il funzionamento sociale e lavorativo, essere stabile per un lasso di tempo considerevole e insorgere nell’adolescenza o nella prima età adulta.


Il DSM-IV, ovvero il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali-IV edizione, classifica 10 disturbi di personalità che possono essere letti come delle  amplificazioni dei tratti di personalità sottostanti e possono portare ad adottare un comportamento ed uno stile di vita che diventa  disfunzionale da un punto di vista individuale e relazionale, confluendo in un disturbo di personalità propriamente detto.

 

IL  DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITÀ (DPD): DEFINIZIONE

Il disturbo dipendente di personalità presuppone un eccessivo bisogno di accudimento che sfocia nell’assunzione di un comportamento sottomesso e subalterno nei confronti della persona o delle persone (genitori, partners, amici …) ritenute in grado di fornire le cure e le attenzioni desiderate.


Questo bisogno comporta una totale incapacità di vivere in modo autonomo, di prendersi delle responsabilità preferendo delegare agli altri le proprie scelte e decisioni, costantemente in cerca di consigli, rassicurazioni, direttive ricercate dalla persona dipendente allo scopo di sfuggire l’autonomia, l’evoluzione personale e l’indipendenza emotiva ed affettiva.

Per mantenere questo stato di assoggettamento all’altro, si è disposti a tollerare condizioni di vita, umiliazioni, frustrazioni e prevaricazioni molto pesanti.

Il DSM-IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali-IV edizione) identifica 8 criteri diagnostici del DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITà:

1) la persona ha difficoltà a prendere le decisioni quotidiane senza richiedere un'eccessiva quantità di consigli e rassicurazioni

2) ha bisogno che altri si assumano la responsabilità per la maggior parte dei settori della sua vita

3) ha difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per il timore di perdere supporto o approvazione

4) ha difficoltà ad iniziare progetti o a fare cose autonomamente (per una mancanza di fiducia nel proprio giudizio o nelle proprie capacità piuttosto che per mancanza di motivazione od energia)

5) può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli

6) si sente a disagio e indifeso quando è solo per timori esagerati di essere incapace a provvedere a se stesso

7) quando termina una relazione stretta ricerca urgentemente un'altra relazione come fonte di accudimento e di supporto

8) si preoccupa in modo marcato di essere lasciato a provvedere a se stesso.

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Dott.ssa Maura Santandrea

www.psicologi-roma.com

Autore: dott-ssa-santandrea Categoria: Dipendenza affettiva Ore: 21:22 Commenta

domenica, 07.06.09

Depressione e adoloscenza


depressioneL’adolescenza

L’adolescenza è quella fase di passaggio dallo status di bambino a quello di giovane adulto e, proprio in quanto si tratta di una fase di transizione, prevede un costante dinamismo e continui cambiamenti che spesso, dall’esterno, vengono scambiati per volubilità, instabilità, squilibrio.

L’adolescente cambia il modo di rapportarsi al proprio corpo, ai genitori, agli adulti, ai coetanei, alla società e, questi mutamenti, richiedono la presenza di un contesto familiare che, oltre a svolgere una funzione contenitiva, ha anche lo scopo di aiutare il giovane a costruire la propria identità, i propri valori. Quando ciò non avviene,  possono manifestarsi nell’adolescente disturbi della condotta, ritiro e isolamento sociale, disturbi alimentari,  alterazioni dell’umore che rischiano di sfociare stati depressivi.

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Adolescenti e corpo che cambia

Il bambino, femmina o maschio che sia, va incontro alla trasformazione del proprio corpo: vede le ossa allungarsi fino a raggiungere l’altezza definitiva, vede i tratti somatici modificarsi, i genitali maturare… tutti questi mutamenti lo pongono in relazione con il mondo in modo differente. Il suo corpo attira l’attenzione propria e altrui in modo nuovo, alcune cose che prima erano concesse adesso diventano proibite e predomina la tendenza esplorativa.

Tutto questo pone l’adolescente in una situazione di forte incertezza. Il fatto che debba imparare a gestire nuove dimensioni fisiche, è poca cosa se paragonato a quanto deve imparare a fare a livello psicologico. Nuove emozioni irrompono nella psiche, raggiungere la maturità sessuale porta con sé la nascita di nuovi desideri e il bisogno di investigare la propria fisicità appena acquisita. Il rapporto con l’altro sesso, spesso disprezzato fino a questo momento, si trasforma sotto la spinta della tensione sessuale e amorosa, che essendo legata ai cambiamenti ormonali, risulta fisiologica in questo momento della vita.
Il compito di questa fase del ciclo di vita è carico di difficoltà, prevede l’integrazione del nuovo con il vecchio, per raggiungere un’immagine di sé integrata ed accettabile nella sua interezza.

Di fronte a tutte queste novità spesso si attraversano momenti di incertezza, di tristezza e di paura che condizionano il rapporto con gli altri. In un certo senso l’emergere di queste sensazioni è connessa ad  una sorta di nostalgia legata alla fase di vita  precedente, l’infanzia. È frequente la sensazione di non avere un corpo adeguato e spesso si ha la necessità di passare molto tempo allo specchio a “riconoscersi”, a trovare il miglior modo per presentare agli altri un fisico in evoluzione, non ancora adulto ma non più bambino, un corpo di cui spesso ci si vergogna e che viene percepito con grande disagio e senso di inadeguatezza. Tutto questo sforzo può portare a sentimenti negativi: disprezzo verso se stessi o verso i propri genitori che “hanno generato un corpo con tanti difetti o non hanno fatto niente per migliorarlo”, insoddisfazione che può portare ad atteggiamenti autolesionistici, diete drastiche….; confusione: “come mi devo comportare ora?” “Come diventerò?” “ Perché le persone mi guardano in modo diverso?” “I miei genitori mi vorranno ancora bene?” “ I miei amici mi accetteranno?”, spesso gli adolescenti avvertono un senso di rifiuto o critica soprattutto da parte del genitore di sesso opposto; isolamento: a volte ci si percepisce così inadeguati che si preferisce stare appartati, evitare i contatti sociali e ritirarsi in contesti che possono apparire temporaneamente più gratificanti come i social network, le comunità virtuali che, nei casi più gravi, rischiano di sfociare in forme di dipendenza dalla rete.

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Adolescenti e genitori

Anche il rapporto con i genitori ha un ruolo fondamentale. I ragazzi spesso manifestano atteggiamenti ribelli e si ritengono incompresi. I genitori, da parte loro, da un giorno ad un altro possono avere la sensazione di non riconoscere più il loro bambino, spesso non sanno come interpretare e leggere le emozioni del figlio, possono trovarsi disorientati di fronte a questi cambiamenti, soprattutto se l’atteggiamento dell’adolescente è percepito come impenetrabile, ambiguo, sfidante o poco controllabile . L’atmosfera familiare può cambiare e si può andare incontro a momenti di grande tensione. A questa età i ragazzi spesso contestano le scelte e i valori dei genitori, che vengono sostituiti da nuovi e ferventi ideali. I genitori, messi di fronte a tali cambiamenti, possono avvertire una sorta di rifiuto, ma è bene considerare che questo è solo l’aspetto più estremo e amplificato di un sottostante bisogno di differenziazione, sano e fisiologico, che diventa problematico solo se nella relazione tra genitori e figli ci sono apsetti di chiusura così rigidi da impedire uno scambio comunicativo efficace e autentico.

I motivi che spingono i genitori a preoccuparsi sono molteplici: la paura che la volubilità del proprio figlio possa renderlo vulnerabile a influenze esterne poco raccomandabili; il timore che non si abbia il senso del limite e la responsabilità di considerare le conseguenze delle proprie azioni; il dubbio che certi cambiamenti possano ostacolare la carriera scolastica e minacciare le prospettive future; la percezione che il figlio viva delle situazioni di vita, a scuola o tra gli amici, che generano inquietudine nel ragazzo ma restano oscure al genitore…….I timori dei genitori sono comprensibili: i loro comportamenti  a volte controllanti o indagatori, altre volte comprensivi e amicali,  sono dettati dalla volontà di desiderare  il massimo bene per i propri figli anche se a volte le modalità e le strategie adottate non sortiscono i risultati sperati.

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Adolescenti e adulti

Agli occhi degli adulti, gli adolescenti rischiano di apparire come bambini troppo cresciuti che non sanno valutare quando è il caso di fermarsi. Il loro gergo risulta fastidioso e uniformante, la loro gestualità esagerata. La loro sfrontatezza sembra sinonimo di scarsa educazione.  È  a proposito di questi aspetti che il mondo degli adulti ha coniato il termine di “crisi adolescenziale”. La cultura adolescenziale è senza filtri e spesso in antitesi con quella dominante che, proprio per questo motivo, è oggetto di sfida. Basti pensare alle costanti provocazioni che molti adolescenti dirigono al sistema scolastico, ai docenti, alla legge…..spesso mettendosi nei guai o arrivando a compiere gesti inconsulti: è il caso del vandalismo, del bullismo………………

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Adolescenti e società

I modelli sociali acquistano un valore vastissimo, spesso a partire dalla TV. L’adolescente trova rassicurante ed entusiasmante appartenere ad un “gruppo sociale” nel quale riconoscersi e identificarsi: questa adesione lo fa sentire meno diverso, meno sbagliato, ha una funzione di orientamento e permette di assumere quello status (attraverso il look, gli accessori, gli hobbyes…) che crea aggregazione.  Ad esempio la magrezza delle “belle in Tv”, , è ricercata ed ambita sia perchè riconosciuta socialmente come desiderabile sia per la sua similitudine con il corpo infantile appena perso e rimpianto. Quando le ossa e la carne non permettono di essere come i modelli impongono, le giovani donne possono nutrire sentimenti di disagio così forti da sfociare in disturbi da dismorfismo corporeo, disturbi alimentari come Anoressia, Bulimia e Binge Eating Disorder…..

Nella nostra epoca l’ incertezza dell’età va poi a sommarsi a quella culturale di un mondo in metamorfosi, che utilizza sempre nuovi canali e strumenti per rinnovare e rinnovarsi. Il mondo degli adolescenti di oggi è molto diverso rispetto a quello degli adolescenti di solo una generazione fa. Questo pone i genitori in una posizione insolita rispetto a quanto accadeva anche solo 50 anni fa: agli adulti odierni infatti non è concesso di guidare, consigliare e dare sostegno senza aver prima imparato i nuovi codici sociali e comportamentali, ignorando i quali si ha sempre meno controllo sulla vita dei propri figli.

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Adolescenti e coetanei

Inoltre un posto di rilievo lo occupa il mondo dei coetanei, che a questa età acquisisce una rilevanza quasi totalizzante. La maggior parte delle volte i vissuti sono quelli di sostegno ed appartenenza al gruppo, tuttavia può capitare che non sia così. Quando il rapporto con il gruppo dei pari risulta compromesso, come ad esempio nel caso delle vittime di bullismo, si può rischiare di andare nella direzione della depressione. Il gruppo dei coetanei può costituire un’importante fonte di rispecchiamento, conferma e costruzione della propria identità e così come può risultare una grande risorsa, allo stesso tempo può trasformarsi in un’esperienza traumatica quando il contesto delle amicizie è ostile e aggressivo.

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Adolescenti e depressione

Secondo le statistiche dell’Unione Europea il 4% degli adolescenti europei tra i 12 e i 17 anni soffre di depressione grave e si sale al 9% intorno ai 18 anni.
Le cause scatenanti possono essere eventi dolorosi come un lutto, la separazione dei genitori, una delusione amorosa o problemi con il gruppo dei pari, per esempio a scuola.
In questi casi succede che l’angoscia, la noia o l’assenza di voglia di fare diventino lo stato emotivo predominante e minaccino la sfera affettiva, relazionale o scolastico-lavorativa del soggetto. L’umore risulta depresso, il pensiero ed il comportamento ne risentono, le funzioni cognitive appaiono alterate. Tristezza, malinconia e preoccupazione sono gli stati d’animo predominanti. Possono essere presenti irritabilità, nervosismo , disturbi del sonno. Il ragazzo non sente più interesse in alcuna attività e può tendere al ritiro; la sua autostima si può abbassare bruscamente e può non sentirsi più in grado neanche di svolgere quei compiti che prima riteneva semplici.
Ad esempio i ragazzi  tornano a casa con espressione malinconica, a passi lenti e svogliati, si chiedono nelle loro stanze per ore,  si innervosiscono per una frase mal posta. I genitori ed i fratelli si possono chiedere cosa hanno fatto per meritarsi tanta rabbia, se dipende da loro e come possono interrompere questo atteggiamento.

Le aree che più frequentemente vengono visibilmente influenzate da questa fase sono quelle del sonno e quella dell’alimentazione. Alcuni ragazzi in  adolescenza cominciano ad andare a dormire molto tardi  o perché escono con gli amici e fanno le ore piccole o perché trascorrono molto tempo al computer, altri passano ore ed ore nel dormiveglia. Alcuni girovagano per casa e consumano pasti in modo irregolare e poco salutare col rischio di incorrere in  disturbi alimentari che, se sommati ad altri aspetti  problematici della vita del giovane in quel momento, nelle forme più gravi sfociano in situazioni estreme come l’ anoressia, la bulimia o il Binge Eating Disorder.
Il ragazzo può infine lamentare dolori cronici, cefalee o fastidi gastro-intestinali. I mal di testa per esempio, possono diventare più frequenti e influire sulle relazioni sociali e sugli impegni scolastici e lavorativi.

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Le forme della depressione in adolescenza

La depressione, in età adolescenziale, può prendere diverse forme. Tra queste:
distimia: in questo caso sono maggiormente presenti affaticamento, bassa autostima, stanchezza e perdita di interesse.

disturbo depressivo stagionale: maggiormente frequente tra ottobre e novembre.

stati misti dell’umore: in cui lo stato depressivo è ciclicamente sostituito da altri stati alterati dell’umore (rabbia, eccitamento, etc.)

In tutti questi casi è consigliabile agire con celerità poiché lo stato di umore triste e malinconico potrebbe diventare persistente per un periodo abbastanza lungo da compromettere il benessere individuale o presentarsi talmente a lungo da conservarsi anche nell’età adulta.

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La terapia

La difficoltà maggiore che si incontra in questi casi consiste proprio nel rischio di non  riconoscere la malattia identificandola come depressione. Una volta che questo accade e si arriva a chiedere aiuto, normalmente gli interventi terapeutici risultano efficaci. Per raggiungere questo obbiettivo è utile che genitori, insegnanti e figure di riferimento siano sempre attenti ai possibili segnali che mandano i ragazzi, come ad esempio un improvviso calo nel rendimento scolastico, uno stile alimentare insolito…….

Quando gli adolescenti si trovano ad affrontare una depressione, i genitori ed i familiari rappresentano sempre una risorsa preziosa e, proprio per questo motivo, un percorso di terapia familiare risulta essere quello più efficace. Nel caso di adolescenti con disturbi dell’umore, è utile tener in considerazione  che nella genesi del disturbo possano subentrare una serie di fattori che funzionano come con-cause rispetto all’istaurarsi del problema: le caratteristiche del contesto familiare, la storia personale dell’adolescente, il rapporto che questo ha con le sue figure di riferimento…. Un lavoro terapeutico familiare può quindi portare a ristabilire la serenità individuale del ragazzo e contemporaneamente quella familiare.

 ale tipo di approccio al problema permette di modificare alcune premesse familiari, che seppur durante l’infanzia avevano funzionato in modo soddisfacente, adesso in adolescenza, è spesso necessario mettere in discussione, tenendo comunque presente che, se per certi versi i figli reclamano autonomia, per altri sono ancora bisognosi di cure ed attenzioni, a volte ancora più intensamente che nelle fasi precedenti. I genitori vanno quindi sostenuti nel trovare la giusta distanza dai figli e nel capire in che modo possono trovare la chiave per aprire il silenzio dei loro figli.

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Dott.ssa Isabella Biondi

Dott.ssa Maura Santandrea

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